“Abbiamo trovato l’armata scomparsa del re di Persia”

I gemelli Castiglioni, noti archeologi varesini, hanno presentato in queste settimane i risultati di una spedizione nei dintorni dell'oasi egiziana di Siwa, dove un esercito persiano sparì fra le tempeste di sabbia 2500 anni fa

L’armata scomparsa torna alla luce? Dalle sabbie del deserto egiziano, quelle che videro i duelli di Rommel con l’Ottava Armata britannica e il sacrificio degli italiani a El Alamein, riemerge un altro esercito svanito nel nulla duemilacinquecento anni fa. È quello del Re dei re persiano Cambise II, conquistatore dell’Egitto. A ritrovarlo sono stati i due più famosi archeologi del Varesotto, i gemelli Angelo e Alfredo Castiglioni, convinti che quei primi resti di scheletri, armi e ornamenti siano solo la punta di un iceberg. Sepolto non in un mare gelido, ma in distese di sabbia che da millenni mormorano la loro storia nel silenzio e nel vento. I due archeologi varesini, già famosi per la scoperta (1989) di quella che identificarono come la mitica “città dell’oro” egizia di Berenice Pancrisia in Sudan, tra il Nilo e il Mar Rosso, hanno annunciato il ritrovamento presentando un documentario al Festival del cinema archeologico di Rovereto.

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La vicenda ci è riferita tramite il trisnonno di tutti gli storici, il grande Erodoto, “ovviamente” greco. È lui che, raccontando fatti avvenuti due-tre generazioni prima della sua epoca, riferisce di questa singolare storia udita in Egitto. L’anno è il 525 avanti Cristo. Il nascente impero persiano ha appena conquistato il Paese dei Faraoni. Re Cambise II si è messo in testa di proseguire, mandando eserciti a sottomettere la Nubia (al confine tra Egitto e Sudan ndr), le oasi del deserto occidentale, e infine una flotta a conquistare Cartagine, già allora una realtà considerevole. Gli andrà male: la natura desertica del territorio blocca le sue iniziative, e i marinai fenici (libanesi) incrociano le braccia all’idea di andare ad attaccare i fratelli di sangue cartaginesi. Cambise, furioso, si rende protagonista, fra l’altro, di notevoli oltraggi alle costumanze egizie, come uccidere il sacro toro Api. Gli dei gli erano contrari, ci riferisce sempre Erodoto. Quando Cambise inviò un esercito contro l’oasi di Siwa con l’intenzione di distruggere il tempio del dio, che si manifestava con il vento, fu proprio una tempesta di sabbia a far perdere l’orientamento prima, la vita poi, all’intera carovana in marcia con tanto di donne e schiavi al seguito.

La notizia del ritrovamento viene rilanciata in queste settimane in seguito all’uscita del documentario: armi in bronzo, ossa a centinaia in una tomba collettiva, anfore, braccialetti, orecchini, un morso per cavallo, oggetti compatibili con quanto ci dice la stessa iconografia persiana dell’epoca, sparsi in una remota zona di deserto, presso l’oasi di Bahrin, non lontano da Siwa, e ritrovati dopo cinque anni di spedizioni e ben cinque tentativi nel 1998. La chiave del mistero sarebbe secondo i Castiglioni nel percorso dell’armata, che invece di provenire dalla costa mediterranea, come Alessandro Magno due secoli dopo avrebbe fatto per andare a farsi riconoscere figlio del dio Ammone e signore d’Egitto, avrebbe scelto un percorso di “aggiramento” da Tebe via l’oasi di Kharga, nella parte centrale del Paese. Anzichè poi seguire la linea delle oasi tuttora esistenti, si sarebbe servita di un tracciato in parte percorso in epoca faraonica e allor aancora dotato di "punti acqua". La leggenda parla di una forza di cinquantamila uomini: probabilmente la cifra ha qualche zero di troppo, ma la storia sembra comunque avere un fondo di verità. A Cambise, per la cronaca, l’Egitto portò male: quando dopo tre anni lasciò il paese per tornare in Persia morì prematuramente in circostanze mai chiarite, ma con ogni probabilità violente.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 25 novembre 2009
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