Studenti a lezione dal “campione digitale”

Nominato tra i primi 100 digital champion italiani, Andrea Latino ha appena 24 anni ma ha un'idea che secondo il World Economic Forum è destinata a rivoluzionare il mondo

Sono stati nominati i primi 100 digital champions italiani, campioni dell’innovazione che dovranno "essere una sorta di help desk per gli amministratori pubblici sui temi del digitale, muoversi come difensori del cittadino in caso di assenza di banda larga, wifi ed altri dirititti negati e promuovere, anche con il ricorso al crowdfunding, progetti di alfabetizzazione digitale, dai bambini ai nonni".
Tra questi cento volontari, i digital champions non percepiscono infatti alcun tipo di retribuzione, non hanno a disposizione un budget, né uno staff, c’è anche Andrea Latino (in foto a destra). Un ragazzo di Casorate Sempione che nonostante i suoi 24 anni appena compiuti, ha già collaborato con Microsoft, è stato selezionato dal World Economic Forum e tra le tante altre cose, ha appena moderato un incontro alla Camera dei Deputati.   

Andrea come sei diventato digital champion? 
«Se mi permetti la prendo un po’ alla larga. Sono il terzo figlio di una famiglia emigrata dal casertano tanti anni fa. Ho frequentato il liceo scientifico, dove dato i miei scarsi risultati in matematica mi ripetevano che non avrei mai combinato nulla nella vita. Poi, dopo essermi diplomato nel 2010, ho deciso di lanciare un progetto di divulgazione tecnologica per le scuole superiori, il Gse».

Cioè?
«Sono partito da un presupposto. Molti pensano che chi nasce nell’epoca digitale sia automaticamente un nativo digitale, quindi che sappia che cos’è una start-up, che cos’è il diritto all’oblio, il cloud computing e così via. Io sono convinto che non sia così. Per questo ho pensato che un giovane poteva dare ai propri coetanei una infarinatura sul mondo che li circonda e sulle opportunità che il digitale e l’innovazione mette loro a disposizione. Così ho deciso di organizzare dei seminari di divulgazione gratuiti e autofinanziati». 

In che senso gratuti e autofinanziati?
«Ho cominciato a contattare le scuole proponendogli questi corsi aperti, gratuiti e rivolti agli studenti»

E professori e dirigenti scolastici ti hanno dato retta?
«No, all’inizio no. Ma ero appena uscito dalle superiori e conoscevo alcuni rappresentanti di istituto e uno di loro mi ha dato credito. Dopo i primi eventi, organizzati in orari extrascolastici o durante le assamblee studentesche, anche i professori hanno iniziato a interessarsi e a convincersi della bontà del progetto».

Cosa spieghi in questi seminari?
«Ai miei moduli do un taglio teorico e uno un po’ più pratico. Piccole cose che poi chi ascolta può fare suo. Dalle norme sulla privacy, all’utilizzo consapevole dei social network e così via. Ad oggi il Gse ha già coinvolto circa 4mila studenti in 15 scuole di tutta Italia, ricevendo oltre 200 feedback positivi». 

Ma non finisce qui, giusto?
«Già. Ho presentato il progetto nel contesto della consultazione pubblica sull’agenda digitale proposta dal governo Monti. È così che il Gse diventa il progetto più votato nella sezione Smart Cities e Smart Comunities. È proprio a seguito di questo risultato che Wired Italia (rivista di tecnologia e innovazione ndr.) mi nota e scrive un articolo che posto sul gruppo facebook degli Stati generali dell’Innovazione. Da lì mi notano gli scout del World Economic Forum, che in quel periodo stavano selezionando i global shapers, giovani con idee potenzialmente ricche di sviluppi per le proprie comunità».

E diventi un global shaper?
«Sì e la cosa è stata incredibile. Arianna Huffington (celebre giornalista statunitense, direttrice e creatrice dell’Huffington Post ndr.) mi cita in un articolo e puoi immaginare cosa abbia significato per me, a cui i professori dicevano che non avrei combinato nulla…».

Una bella soddisfazione. Ora collabori con un altro celebre giornalista, Riccardo Luna, il primo digital champion italiano. Com’è nata questa collaborazione?
«Nel 2012 sono stato invitato da Riccardo Luna al progetto I-school, un evento nato per  raccontare le storie di innovazione sorte all’interno delle scuole italiane. Da lì è nata una collaborazione e un’amicizia».

Ora che sei digital champion, un incarico non retribuito e senza la possibilità di effettuare consulenze a pagamento, cosa pensi di fare?
«Il primo obbiettivo che mi pongo è la lotta al digital divide che per me si compone di due aspetti. Hardware, quello cioè che riguarda i problemi di connettività delle persone nei loro territori e software, legato alla mentalità e alla testa delle persone. Vorrei spronare le pubbliche amministrazioni a unirsi e a risparmiare sui costi trovando al contempo delle modalità che consentono di offrire nuovi servizi ai cittadini utilizzando il digitale. E poi vorrei continuare a divulgare e a spronare le persone a conoscere e a utilizzare internet». 


Credi che riuscirai a trasformare questa tua passione in un lavoro?
«Di fatto già lavoro come sviluppatore di siti internet, e con i soldi che guadagno mi pago la retta dell’università. Sto studiando Politiche pubbliche per l’ambiente e l’innovazione alla Cattolica di Milano, e voglio terminare gli studi». 


Che opinione hai della provincia di Varese?

«Io ho avuto la fortuna di far alcune cose a livello nazionale e internazionale e per questo penso che la nostra provincia pur avendo fatto cose straordinarie come ad esempio  Mind the Bridge, il "ponte" creato dal professor Onetti tra il nostro territorio, l’Italia e la Silicon Valley, oggi si è un po’ seduta. Ai più giovani e ai miei coetanei ripeto sempre che in meno di 24 ore possono essere ovunque e che se Castellanza, con tutto il rispetto per Castellanza, è il loro unico orizzonte, beh è un po’ avvilente. Possiamo davvero fare qualsiasi cosa, basta volerlo». 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 04 dicembre 2014
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