Accanimento terapeutico, parlano i medici
Varese - L'arresto del primario di Como ha riproposto il dibattito sui limiti del progresso scientifico. Abbiamo chiesto a due illustri camici bianchi varesini di ieri e di oggi quali sono le linee guida per chi opera
«Dieci anni fa si definiva accanimento terapeutico, ciò che oggi si pratica con consuetudine». Il professor Renzo Dionigi, primario della prima Clinica Chirurgica dell’ospedale del Circolo, Rettore dell’Università dell’Insubria nonchè membro del Comitato Nazionale di Bioetica, non ama il termine “accanimento”: «Se partiamo da questa premessa, non possiamo che essere contrari. È un comportamento contrario alla nostra deontologia. Ma non dobbiamo confondere accanimento con aggressività chirurgica, messa in atto per il bene del paziente».
L’arresto del professor Angelo Rumi, primario alla clinica sant’Anna di Como, ha riacceso un dibattito che oppone scienza e coscienza, tradizione e progresso.
Nettamente contrario ad ogni comportamento che miri a prolungare la vita indipendentemente da tutto è il professor Giovanni Sala, ex primario di Medicina al Circolo ed oggi membro del comitato bioetico dello stesso ospedale: «In assenza di regole precise, il chirurgo dovrebbe farsi guidare dalla propria preparazione, dal livello della struttura, dalla cultura della società, dalla religione. Le nostre case di cura sono piene di pazienti in coma. La situazione è accettabile solo se perdura qualche settimana, ma diventa assurda negli anni. Ogni decisione deve essere presa soppesando vantaggi e svantaggi, anche economici. L’idea della morte è sempre meno accettata, ma non per questo si possono giustificare interventi senza speranza».
Chi opera, dunque, non ha linee guida chiare: « L’unico dubbio del chirurgo – spiega Dionigi – è qualità o sopravvivenza? Gli scrupoli di chi opera devono essere legati alla sua preparazione, al livello della struttura. Oggi abbiamo l’obbligo del consenso informato: al paziente non si può nascondere nulla. Si opera in piena sintonia con le aspettative del malato. L’aggressività è giustificata dalla ricerca della migliore qualità della vita».
Lo scrupolo di coscienza, dunque, è anch’esso una conquista del progresso: lo sviluppo tecnologico è più veloce dell’evoluzione dell’etica. «Forse l’università è impreparata a formare il personale anche dal punto di vista morale – riflette il Rettore – si dovrebbe investire maggiormente nei corsi post laurea per dare modo ai chirurghi di affinare le tecniche sperimentali, ma nel contempo apprendere la chirurgia tradizionale. Chi opera deve essere messo in grado di farlo in tranquillità. È lui che paga per i propri errori: ma questo non deve essere vissuto come una minaccia. Altrimenti la scienza si fermerebbe».
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