«Abbiamo avuto il risarcimento, ma la paura del tumore rimane»

Maurizio Cicardini e Carlo Legnani hanno lavorato per decenni a contatto con l'amianto alla Isotta Fraschini. Recentemente sono stati riconosciuti loro benefici previdenziali per la pericolosità del lavoro svolto

«Possiamo anche essere contenti di questa comunicazione, ma nessuno ci può togliere la paura che, nel futuro, ci venga diagnosticato il tumore». Maurizio Cicardini e Carlo Legnani hanno lavorato per decenni alla Isotta Fraschini, l’azienda chiusa nell’88 che effettuava diversi lavori con l’amianto. 35 dipendenti della Isotta hanno recentemente ottenuto il risarcimento contributivo, primo caso in provincia di Varese (quinto in Italia), per il lavoro svolto a contatto con il materiale dichiarato nocivo solo nel ’92.
Carlo Legnani ha 58 anni, è in pensione da 6, ha lavorato alla Isotta 25 anni, ma nel settore del macchinario, quindi non direttamente esposto all’amianto. Non ha richiesto il risarcimento.
Maurizio Cicardini ha 55 anni, anche lui in pensione, ha lavorato per 27 anni alla Isotta nel reparto del montaggio. È tra i 35 dipendenti che hanno ottenuto il risarcimento contributivo. 
«La Isotta Fraschini è stata la mia vita – spiega Cicardini – sono entrato nel ’63 che avevo 15 anni e sono stato l’ultimo a uscirne, nel ’90, prima della chiusura definitiva».

Ve l’aspettavate il risarcimento per aver lavorato a contatto con l’amianto?
Cicardini: «I dipendenti dello stabilimento di Bari lo avevano ottenuto. Loro effettuavano solo le prove dei motori, mentre noi ci occupavano di revisioni, lavorando direttamente a contatto con l’amianto. Inoltre, effettuavamo lavori anche su motori di vecchia concezione in cui l’amianto era presente in quantità ancora maggiore. Eravamo quasi sicuri di questo risultato».

E perché avete aspettato fino al 2001 per fare la richiesta?
Legnani: «L’Isotta Fraschini ha smesso di esistere a fine anni ’80. La proprietà non esisteva più, non sapevamo come fare. inoltre all’inizio la legge non era molto chiara, sembrava che ad avere diritto del risarcimento fossero solo quelli che lavoravano, o avevano lavorato, nella produzione dell’amianto, non anche chi lo usasse per altri scopi».

A contatto con l’amianto per decenni. Dichiarato nocivo alla salute nel ’92. Come avete reagito quando lo avete saputo?
C: «Si siamo preoccupati, che altro potevamo fare. Ormai quel che era fatto era fatto. In un primo momento non si dava importanza alla cosa. In fondo, finché non ti succedono direttamente le disgrazie, non pensi mai che possa capitare proprio a te. Pensi sia impossibile».

Cosa ricordate oggi di quel periodo passato a contatto con l’amianto?
L: «Non c’era paura, nessuno pensava fosse nocivo a quel modo».
C: «Basti pensare che, ancora nell’83, venne a fare un controllo l’ingegnere dell’Ente Nazionale per la prevenzione degli infortuni. Nella relazione stilata sono state segnalate numerose situazioni da sistemare, ma la questione dell’amianto non venne nemmeno accennata. Non era neppure tenuto in considerazione come materiale nocivo».

Oggi c’è rabbia per quel periodo? 
C: «Sì, di rabbia ce n’è. Ma cosa puoi fare? Allora non si pensava mica fosse nocivo. Quando utilizzavi l’amianto non si alzava un polverone, e poi era totalmente inodore. Ma tutti l’abbiamo respirato per quasi trent’anni».
L: «Ci sono tre nostri colleghi che pare abbiamo sviluppato il Mesotelioma, il tumore della pleora. Speriamo almeno venga riconosciuta loro la "malattia professionale"».

Quindi questo risarcimento chiude un capitolo della vostra vita?
L: «Tutto quello che succederà si vedrà. Ma dobbiamo stare attenti alle conseguenze, per noi sono passati solo dieci anni da quando abbiamo smesso, la distanza è ancora minima».
C: «Il capitolo è chiuso solo nelle pratiche. Speriamo non si debba riaprire per avviare la pratica di "malattia professionale". Se, invece, dovesse subentrare la malattia, vorrebbe dire che questa volta saremmo costretti a imboccare una strada senza ritorno».

Quindi la paura per il futuro è alta?
C: «Sì, ma finora sono tranquillo perché non voglio pensarci».

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Pubblicato il 25 Luglio 2003
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