In azienda contano le presenze umane

Secondo incontro indetto dalla Cdo Altomilanese sul tema del capitale umano. Tre storie di successo imprenditoriale al centro delle quali c'è la centralità dell'uomo

Tre ospiti per affrontare un tema che alla Compagnia delle Opere sta molto a cuore: il capitale umano. Il tema, oggetto di un recente libro di Giorgio Vittadini (che sarà presente a Busto Arsizio la mattina di sabato 26 giugno insieme a Bruno Ermolli, consulente di Silvio Berlusconi) è stato affrontato da Giovanni Bertolone, amministratore delegato e direttore generale di Aermacchi, dall’imprenditore Alberto Chevallard della Sapin e da Angelo Candiani, presidente Aslam (Associazione Scuole Lavoro Alto Milanese). Tre storie, tre percorsi di successo imprenditoriali al centro dei quali c’è una diversa concezione dell’uomo.

Giovanni Bertolone, amministratore delegato e direttore generale di Aermacchi. 
«Capitale umano? Purché prima umano e poi capitale. Il fatto che sia una "risorsa" l’elemento umano non è uno strumento, ma una persona. In Svizzera, il Papa ha parlato di "presenze umane": la frase suona meglio, e dà un senso di dinamicità e di vissuto. La mia esperienza parte dalle risaie e arriva agli aerei. Sui rapporti interni in azienda, io affermo che ognuno è quello che è, e lo deve essere sempre. Su questa base, sulla conoscenza reciproca, si possono impostare buoni rapporti di lavoro, non scimmiottando le manie americane che regolarmente travolgono il mondo aziendale.  L’amicizia sul lavoro può nascere solo dalla consapevolezza di quello che si fa e dalla comunanza dei fini. Un altro concetto basilare è la responsabilità. L’imprenditore deve sapersi mettere in gioco con intraprendenza, perché egli sta all’azienda come la persona sta alla società. In Aermacchi applichiamo il metodo Kaizen (dal giapponese "miglioramento") che consiste nell’incoraggiare tutti i dipendenti, anche quelli dalle mansioni meno responsabilizzanti, a proporre piccole e grandi migliorie anche ai più piccoli dettagli del processo lavorativo. E funziona! Non abbiamo mai bisogno di incentivi particolari, e i dipendenti si sentono motivati. Responsabilità significa anche accettare di fare da maestri ai nuovi arrivati, di dare loro una educazione al lavoro. Per finire, la visione positiva del lavoro. Volando sopra l’Italia vedo dall’aereo il frutto di secoli di attività umana che hanno plasmato le meraviglie del nostro Paese. Quella vista contrasta in modo stridente con il catastrofismo dei quotidiani che leggo durante i voli. A me l’ottimismo l’ha insegnato mio padre, che a 80 anni coltiva ancora il riso. Il suo sguardo fiducioso e speranzoso sulla risaia dove ancora non si vedeva traccia di piantine è stato il mio viatico per il lavoro».

Alberto Chevallard è titolare della Sapin, azienda di materiali antincendio fin dal ’72: 18 dipendenti, 4 milioni di fatturato annuo. 
«Mio padre avviò nel ’46-’47 una filatura, utilizzando anche le prime fibre sintetiche. Poi nel ’71, fiutata la crisi del tessile, vendette l’azienda. Siccome mio fratello si era laureato in ingegneria, l’anno dopo lui e mio padre riaprirono un’azienda per produrre materiali antincendio, la Sapin, in cui io entrai nell’80. All’inizio avevamo venti dipendenti e un capannone da 600 mq e c’erano altre tre aziende in Italia che producevano le stesse cose. Dal ’90 non abbiamo concorrenti nazionali in Italia, falliti o da noi assorbiti, e abbiamo 5000 mq di capannone nella nostra sede di Dairago. Negli ultimi dieci anni abbiamo ampliato la nostra attività investendo in settori collegati e stringendo accordi internazionali. Tutta la nostra concorrenza è fatta da multinazionali fortissime, che hanno sedi in Brasile, Messico, e così via, o da ex carrozzoni statali dell’Est Europeo, che man mano finiscono per essere privatizzati vuoi a favore di aziende tedesche, vuoi di qualche clan locale: per tacere poi dei cinesi. È gente grande insomma, che potrebbe farci del male. Ma: prima di tutto questi mirano solo a pagare meno possibile i loro dipendenti; poi lavorano con prospettive di brevissimo respiro ( i tre mesi), mentre noi guardiamo al futuro; sgomitano tra loro al punto che comprano componenti da me piuttosto che dai diretti concorrenti. Un’altra cosa che vorrei capire è perché con l’euro forte si continua a strapagare le materie prime; qui c’è qualcune che si intasca la differenza euro-dollaro. Sulla storia dell’azienda narrerò altri due aneddoti: nell’88 facemmo un affare clamoroso con l’Iran, una fornitura che ci fece fare un salto di qualità; e in precedenza, vent’anni fa, con mio fratello realizzammo la manichetta antincendio più lunga del mondo: un chilometro (!). Ora abbiamo problemi a trovare operai: quelli che abbiamo sono bravissimi e hanno contribuito tanto al nostro successo, ma ora dovrò assumere extracomunitari, perché i figli di quegli operai vogliono lavorare in ufficio e non in fabbrica. Nella CdO ho visto amici e colleghi al lavoro, e questo mi ha chiarito il senso profondo del lavorare. Noi della SAPIN siamo una compagnia che produce beni materiali, un’attività che ha in sé qualcosa di educativo. Quando sono stato in Cina, dopo essere rimasto abbagliato dai grattacieli di Shanghai, ho visto che gli imprenditori erano tutti membri del Partito Comunista o militari, e che nelle loro fabbriche non si rispetta nessuna norma ambientale, nessuna norma di diritto del lavoro, li fanno lavorare come bestie su macchine vecchie di settnat’anni. Sono toranto in Italia ben deciso a difendere il Made in Italy, perchè il futuro non è quello, siamo noi".

Angelo Candiani presidente Aslam (Associazione Scuole Lavoro Alto Milanese).
«Nasciamo nei primi anni Novanta per venire incontro, in tempi già critici, al duplice bisogno di occupazione e di lavoratori. Oggi siamo in 32, di cui 25 formatori. Millecinquecento persone sono passate per i nostri corsi, l’80% ha trovato impiego entro sei mesi, il 65% proprio nel preciso settore sul quale verteva il corso da cui usciva. Il nostro è un tentativo pieno di ottimismo. Spesso chi viene da noi è scarico, all’ultima spiaggia. Riceviamo ragazzi che hanno abbandonato la scuola, con problemi comportamentali, e attraverso il lavoro, attraverso qual misto di educazione e amore che ci è stato indicato come la via maestra tiriamo fuori il lavoratore che è in loro. All’inizio, prima di mettere i ragazzi ad apprendere fisicamente il mestiere (addestramento), ci dedicavamo per un po’ alla formazione, la formazione della persona, ma non attaccava. Quando abbiamo rinunciato e li abbiamo messi subito al lavoro, la musica è cambiata. Ragazzi che a quindici anni si erano ridotti al nulla esistenziale si trasformavano, si appassionavano al lavoro e scoprivano una ragione di vita, e nel contempo era possibile per noi completare la loro educazione e la loro formazione. Oggi la gamma dei nostri corsi va dai tornitori ai manutentori di aeromobili – alcuni nostri ragazzi sono in stage presso l’Aermacchi, che pare intenzionata ad assumerli – , dagli operatori socio-sanitari ai tecnici di rete e ai corsi specialistici sui router (siamo certificati Cisco). Finché conserviamo la consapevolezza che il nostro è un tentativo pieno di ottimismo, ci liberiamo dal peso dell’esito. Alla fine, quello che facciamo è come una benedizione rivolta ai nostri ragazzi, che non ci dimenticano e tornano da noi a raccontarci i loro successi e le loro difficoltà».

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Pubblicato il 10 Giugno 2004
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