Carlo Lucarelli mattatore alla Liuc
Il popolare scrittore ha parlato di mafia e tv all'ateneo castellanzese
La mafia non ha vinto, ma neppure è vinta. Essa tace, probabilmente perchè è stato raggiunto un accordo, un modus vivendi con lo Stato e la società civile che aveva bersagliato ferocemente durante gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, concidenti con il regno di sangue e terrore di Totò Riina. Queste sono le conclusioni – ovviamente provvisorie ed ufficiose – cui giunge Carlo Lucarelli (a destra nella foto con Massimo Picozzi) al termine del dibattito "Dal silenzio sulla mafia al silenzio della mafia". Il popolare conduttore televisivo e giallista emiliano è comparso di fronte ad una vasta platea di ragazzi che affollavano l’aula magna della Liuc per una lezione "particolare" del master in criminologia forense, in cui Lucarelli è responsabile dell’aspetto letterario-cinematografico. Ad affiancare ed introdurre Lucarelli un altro volto noto della televisione, Massimo Picozzi, docente di criminologia presso la Liuc, a più riprese consultato da magistratura e forze dell’ordine per fare luce sulla personalità dei responsabili di alcuni tra i più efferati crimini commessi negli ultimi anni.
Lucarelli, seguito con il massimo interesse dagli studenti, si è definito «il Piero Angela dell’omicidio», a simboleggiare la funzione divulgativa della sua trasmissione, Blu Notte. Infatti Lucarelli viene spesso visto dalla gente che lo segue in televisione come una specie di detective, tanto che, racconta, un agente della Digos una volta si rivolse a lui dandogli del "collega"… «In realtà noi lavoriamo solo su fatti accertati, o su ciò che risulta dalle carte processuali; non scopriamo nulla di nuovo». E proprio la sottile arte di evitare querele è stata oggetto di varie riflessioni dell’illustre scrittore-conduttore, sempre pronto a ricordare la puntigliosità degli avvocati Rai: «Non sono il poliziotto buono e quello cattivo, sono quello cattivo e l’Anticristo» ha ironizzato Lucarelli. «In tv siamo molto meno liberi del romanzo e del teatro, dobbiamo pesare ogni parola, essere sempre difendibili e precisi per non farci querelare».
Blu Notte nasce nel 1997 su RaiTre come successore di Telefono Giallo, trasmissione allora condotta, con stile ed equilibrio, da Corrado Augias, e subito si pone il problema del modo di appassionare il pubblico raccontando la "metà oscura" dell’Italia. «Il metodo dello scrittore è diverso da quello del giornalista» ha osservato Lucarelli. «Il primo deve appassionare il lettore, il secondo deve solo raccontare i fatti, in modo asciutto e preciso. Quello che conta, nel realizzare il programma, è la mia facoltà di riordinare i fatti secondo un percorso emotivamente accattivante». Le scelte da compiere erano molte: per esempio, si è deciso di evitare di dare un taglio sanguinolento – e compiaciuto – a vicende già fin troppo orribili, come numerose trasmissioni, purtroppo, avevano fatto in precedenza.
Altrettanto difficile era poi scegliere un filo conduttore per raccontare, ad esempio, il caso Sindona, oppure la storia della mafia, in due ore di trasmissione . «Per non far cambiare canale agli spettatori, introdussi la puntata su Sindona dicendo: stasera parliamo del diavolo. Apriti cielo: gli avvocati RAI e il direttore di rete mi furono subito addosso, e si discuteva se come insulto fosse peggio "diavolo" o "mafioso"… Non solo non si possono dire certe cose, anche verissime e ampiamente note, ma che non sono provate in tribunale; non si può nemmeno indurre la gente a pensare in un certo modo».
Per raccontare la mafia vi sono vari metodi. Per la ‘ndrangheta, in mancanza di informazioni obiettive e precise (data la totale mancanza di "pentiti" in quella potentissima organizzazione), Lucarelli e i suoi collaboratori hanno parlato di soldi, di quanto la malavita calabrese incassa ogni mese importando e raffinando quattro tonnellate di cocaina, con guadagni vertiginosi – il procuratore antimafia Vigna stima in 100 miliardi di euro (!!) annui il fatturato delle mafie italiane. Per Cosa Nostra, da un lato si sono messi in contrasto un Leoluca Bagarella, quinta elementare, che in tribunale cita articoli e sentenze di Cassazione come un provetto penalista, e gli allarmi impazziti delle automobili dopo la strage che costò la vita a Borsellino e alla sua scorta. La duplicità del linguaggio mafioso, insomma.
Più nel dettaglio, nella puntata di Blu Notte dedicata alla storia di Cosa Nostra (da cui è stato tratto il DVD "La Mattanza: dal silenzio sulla mafia al silenzio della mafia") ci si è concentrati sul filone dei Corleonesi: la loro sanguinosa ascesa al potere vista attraverso tre personaggi: il giornalista Mario Francese e don Pino Puglisi (entrambi assassinati perchè "scomodi") e Salvo Lima, il potentissimo politico democristiano ucciso nel ’92. Intorno, i boss e la loro scalata al potere assoluto.
Dopo la proiezione di un breve filmato con i primi minuti della trasmissione, Lucarelli ha osservato che la storia italiana «come quella americana cambia perchè uccidono qualcuno. Dal caso Montesi del ’53, che cambiò gli equilibri di potere nella DC, al caso Mattei e a quello di Aldo Moro, e poi le stragi». Lucarelli ha riconosciuto, sulla scorta delle domande del pubblico, che la mafia è un sistema totalitario, pur negando che essa sia necessariamente più a suo agio in una democrazia che con uno Stato "forte" ed autoritario. «La lotta alla mafia vera e propria lo Stato non l’ha mai fatta» ha detto lo scrittore. «Se oggi la mafia tace, e quando ammazza, estorce e rapina lo fa con discrezione, è perchè siamo in una fase di convivenza, e quindi di tacito accordo, con parti delle istituzioni e della società. Non credo che la mafia abbia vinto; ma di sicuro non ha vinto lo Stato. Siamo in equilibrio, ma io mi dico ottimista, quanto avvenuto dai tardi anni Ottanta ha rotto il silenzio, oggi nessuno può dire che la mafia non esiste».
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