Ancora nessun accordo tra sindacati e Pressofusione

I lavoratori non ricevono lo stipendio da tre mesi mentre l'azienda temporeggia sugli arretrati e il Tfr

E’ ancora lontana da una conclusione la vertenza tra i 31 lavoratori, quasi tutti extracomunitari, della Pressofusione di Brebbia a tre mesi dalla chiusura dello stabilimento che produce particolari in alluminio.

Questa mattina, infatti, Paolo Lenna della Fiom-Cgil e Rinaldo Franzetti della Fim-Cisl hanno riunito i lavoratori esasperati e senza stipendio da tre mesi nella sede della Camera del Lavoro di Besozzo per mettere a punto le strategie future per ottenere un accordo tra dirigenza e sindacati stessi.

La stanchezza e la preoccupazione hano caratterizzato le richieste dei lavoratori i quali non hanno ottenuto gli ultimi tre stipendi e la tredicesima e non hano ancora ottenuto la lettera di licenziamento che permetterebbe l’iscrizione alle liste di disoccupazione. Rinaldo Franzetti ha sintetizzato così la situazione: «Dirigenza e sindacati non sono giunti ad un accordo, necessario per ottenere il licenziamento dei lavoratori, perché la stessa non vuole mettere a disposizione i soldi necessari a pagare le spettanze dei lavoratori che sono oramai con l’acqua alla gola e non sanno neanche come pagare l’affitto di casa».
In poche parole il sindacato non si fida delle rassicurazioni dell’azienda che ha messo in liquidazione i macchinari e pensa che, una volta firmato l’accordo, questa venda i macchinari non per pagare le spettanze e il Tfr ma per pianare i più di 200 mila euro di debito che l’azienda ha contratto.

«Se firmassimo ciò che la dirigenza ci ha proposto queste persone si ritroverebbero in tasca subito 500 euro ma senza nessuna rassicurazione sui circa cinque mila euro in media a testa degli stipendi arretrati – ha detto Paolo Lenna – siamo disposti anche a dividere le spettanze dal Tfr ma l’azienda deve darci una risposta seria altrimenti procederemo legalmente con il pignoramento dei beni e la richiesta dell’istanza di fallimento».

Quest’ultima ipotesi porterebbe i libri contabili della società in tribunale, verrebbe nominato un curatore fallimentare e dal ricavato della vendita dei beni verrebbero soddisfatti i creditori e, in primis, i lavoratori. Alcuni di questi lavoratori avrebbero già trovato un nuovo posto di lavoro ma non possono iniziare fino a quando non gli verrà recapitata la lettera di licenziamento.

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Pubblicato il 18 Febbraio 2005
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