“Per l’Agusta è un grande successo, ma…”
Intervista a Elio Pagani, ex lavoratore Aermacchi ed esperto di riconversione industriale
Nei giorni dell’euforia per la "vittoria" dell’Agusta sollevare una questione sull’opportunità di produrre armamenti può sembrare quasi una bestemmia. Il nostro territorio è famoso in tutto il mondo anche per il suo polo aeronautico. E questo ha prodotto e produce anche "strumenti di morte". La salvaguardia dello sviluppo e quindi dei posti di lavoro entra in rotta di collisione con quanti sono per ragioni etiche, ma anche politiche, contrari a ogni forma di violenza e quindi di produzione di armi.
La questione non è semplice. Oggi attraversiamo un periodo in cui si discute meno di questi temi, ma non per questo sono meno importanti. Occorre avere il coraggio di fare scelte, ma la conoscenza è il primo requisito e per questo Varesenews ha intervistato Elio Pagani.
Elio Pagani ha lavorato per 19 anni in Aermacchi. Dal 1974 al 1990. Poi è stato “espulso” in cassa integrazione a zero ore. Si è sempre occupato, diventandone uno dei pochi esperti (del movimento), di riconversione industriale. Ovvero di come le aziende possano generare business non basato sugli armamenti, ma sullo sviluppo della tecnologia per uso civile.
Come è cambiata la sensibilità degli operai rispetto a temi come l’etica del lavoro nel corso degli anni?
«Dopo due anni dal mio ingresso in Aermacchi, sollecitato dalla FLM nazionale, ho cominciato a lavorare per la sensibilizzazione dei lavoratori sul significato della produzione bellica. Nel1976 ad esempio incontrammo un delegato in esilio del COSATU, sindacato dei neri sudafricani. Per la prima volta abbiamo capito i meccanismi dell’export delle armi italiane, e da lì abbiamo cominciato a batterci per introdurre limitazioni legali alla stessa esportazione e per la creazione del fondo per la riconversione delle industrie belliche. Negli anni le vicende furono alterne, ma la questione della riconversione era ben presente. Poi per quindici anni, in corrispondenza della crisi del comparto militare, seguita alla caduta del Muro di Berlino, si è verificato un lento abbandono delle tematiche e delle discussioni in materia bellica all’interno delle fabbriche. Molti dei lavoratori che erano stati in prima linea nella sensibilizzazione etica partita alla fine degli anni Settanta furono espulsi dalle fabbriche insieme ad un 30 per cento circa del totale degli addetti. La lotta si attenuò con la crisi e certe tematiche uscirono dalle fabbriche».
La caduta del muro di Berlino offrì una possibilità unica di affrontare il tema del disarmo e della riconversione delle industrie belliche. La discussione sulla necessità di pace superò i confini delle fabbriche e arrivò tra la gente e nei palazzi della politica. Quali sono stati risultati delle lotte sindacali e dei molti comitati nati dopo il 1989?
«Nel 1990, una volta “espulso” dall’Aermacchi, insieme ad altri colleghi abbiamo avviato un Comitato di cassaintegrati per il “diritto alla pace e al lavoro”. Con le nostre limitate forze abbiamo contribuito ad ottenere alcuni risultati, che si aggiungevano a quelli, sulla riconversione, contenuti nella legge del 1990 sulla limitazione dell’esportazione di armi: quello della legge 237/1993 e della L.R. lombarda 6/1994 sulla riconversione delle industrie belliche. In alcuni casi ci siamo scontrati con i sindacati, incapaci di cogliere le sollecitazioni del momento e di dare un respiro più ampio alla loro azione. I riscontri sono stati sicuramente positivi, a partire dalle leggi già citate e dai fondi stanziati dallo Stato e dalla Regione per la riconversione. Purtroppo la spinta positiva del primo periodo si è affievolita. Oggi le aziende prendono soldi pubblici, ma definiscono gli interventi di ristrutturazione e non di riconversione, variando nella sostanza il significato delle leggi. La legge regionale n°6 del 1994, poi, non funziona da anni e da due non viene più nemmeno finanziata. Siamo riusciti a non farla abrogare e ci batteremo perché venga rivista e migliorata nel testo e nella capacità di intervenire nel concreto. Il 1989 è stato alla fine dei conti una grande occasione persa per quanti pensavano di poter mettere fine alla dinamica della guerra e degli armamenti. La speranza c’è stata, ma è durata poco. Ora è tutto più difficile, l’economia è basata sul teorie ebbre di neoliberismo basato sull’implemento continuo dell’industria bellica, intervenire ora non è quindi facile, ma ci proviamo lo stesso».
Gli ultimi successi in campo tecnologico e militare dell’Italia, con la vendita di 23 elicotteri US 101 della Agusta Westland al governo statunitense e lo sviluppo dell’addestratore Aermacchi M-346 sono stati colti come una possibilità di crescita per tutto il paese e per la nostra provincia in particolare. È d’accordo o ci sono degli altri aspetti da sottolineare?
«Attenendoci ai fatti, quello dell’Agusta è un indubbio successo sul piano tecnologico militare. Sono trent’anni che l’Europa chiede agli USA di poter competere a pari livello, senza “barriere all’entrata” nel settore della produzione bellica e tenta di penetrare il mercato americano, l’Agusta c’è riuscita per prima, confermandosi leader mondiale dell’elicotteristica. E’ ora probabile che gli Usa decidano di ordinare altri 200 Us 101 e 50 elicotteri per la guardia costiera. Dietro tutto ciò c’è un fenomeno evidente di lobbing che ha funzionato alla perfezione, stimolato senza dubbio dalla partecipazione dell’Italia alla guerra in Iraq. Certo, sarebbe stato meglio che Agusta avesse investito nel civile, costruendo elicotteri per arginare crisi come quella asiatica. Noi abbiamo sollevato il problema anni fa, a seguito dell’adozione del “Nuovo Modello di Difesa” italiano del 1990, nel quale si esponeva l’adesione alle teorie americane sul riarmo, facendo cadere ogni speranza di riconversione bellica. Le teorie aggressive, basate sulla guerra preventiva e sulla guerra infinita a ciò che viene definito terrorismo non lasciano grande spazio alla speranza di pace. Inoltre vendere armi agli Usa, paese nei fatti in guerra e che viola i diritti umani, come i casi di Abu Ghraib e Guantanamo evidenziano, è contro la Costituzione e contro la legge 185/1990. Il problema non è solo nei confronti degli Stati Uniti, però, perché l’Italia vende armi alla Cina e ad Israele, stati che per aspetti diversi non sono esempi di rettitudine etica e di rispetto dei diritti umani».
Cosa si può fare per arrestare questo trend che porta ad una corsa sfrenata agli armamenti e ad un continuo rincorrersi di minacce e azioni militari?
«I governi occidentali dovrebbero accorgersi che questa via è sbagliata, l’Italia dovrebbe evitare di produrre armi e poi di venderle a Paesi in guerra, si dovrebbero porre veti sull’esportazione di armamenti, si dovrebbe incentivare la ricerca nel settore civile a scapito del militare. L’esempio dell’Aermacchi è emblematico: a partire dal periodo della lotta sindacale sull’argomento, gli investimenti nel civile passarono dallo 0 per cento del 1988 al 50 per cento del 2000. Successivamente il trend si è invertito e il fatturato nel settore civile è tornato sotto il 33 per cento. L’Italia dovrebbe investire nella ricerca civile. Vincere le commesse belliche americane non serve a vincere le sfide a lungo termine, è molto più grave rimanere fuori dal circuito dello sviluppo civile, come avvenuto ad esempio con l’Airbus 380. Ci vogliono leggi e strumenti atti a favorire la riconversione delle industrie belliche, fondi e azioni politiche ad hoc. I movimenti per la pace possono fare molto in questo senso, facendo pressione sui governi e sugli amministratori perché operino a favore di leggi mirate e serie. Bisogna stare attenti a non farsi trascinare dall’esaltazione per un successo indiscutibile in campo militare: non è questa la strada, il comparto bellico crea meno occupazione del civile, non è la strada giusta da perseguire per lo sviluppo del Paese e del mondo intero».
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