Buoni pasto: anche Varese “in sciopero”
Uniascom ha invitato i suoi associati ad aderire. La protesta non è nuova nella città-giardino: già avvenuta nel 2003 e nel 2004
Come nel resto d’Italia – eccettuata la zona di Torino, già “in sciopero” da lunedì – anche a Varese avrà inizio domani, 22 giugno, la rivolta dei buoni pasto.
La storia non è nuova, e già da tempo le associazioni degli esercenti dei Pubblici esercizi sono in fibrillazione.Già due anni fa, per esempio, la Fipe-Confcommercio promosse il “no-ticket day”, cioè una sorta di “serrata” verso chi pagava con i tagliandi. Seguiti, l’anno scorso, da Confesercenti . Ma a tutt’oggi nulla è cambiato, in una situazione che si è via via fatta più insostenibile.
Il malessere degli esercenti deriva dal fatto che i datori di lavoro, specie quelli con maggior forza contrattuale come grandi aziende ed enti pubblici, chiedono – e sempre ottengono – uno sconto sull’acquisto dei buoni pasto delle società emittitrici. Questo sconto però diventa per l’esercente una vera e propria riduzione del valore del buono poiché il peso dello sconto contrattato tra azienda e società emettitrice di buoni viene scaricato sull’esercente: in pratica, quando un cliente paga la sua consumazione con un buono pasto da 5 euro, il gestore non incassa il valore nominale del buono, ma incassa un valore inferiore come 4,5 o addirittura 4 euro.
In particolare la Consip, che procede ad acquistare i buoni pasto per tutto il settore pubblico – un vero business miliardario – sta predisponendo una gara da circa un miliardo di euro che, se sarà aggiudicata come si prevede attraverso dei forti sconti costituirà un’altra mazzata per le imprese di bar e ristorazione, perché porterà ancora più in là la soglia già difficile, della percentuale di sconto.
«Al ribasso delle gare e all’aumento degli sconti corrisponde automaticamente l’aumento delle commissioni per gli esercenti salite al 9% per quasi tutte le società emettitirici – spiega infatti Giorgio Gusella, responsabile pubblici esercenti di Confesercenti – In pochissimi sono rimasti al 5%, cioè la commissione di partenza».
Questa è la motivazione della protesta questa volta capitanata decisamente da ConfCommercio e perciò, a livello locale da uniAscom. E da qui è arrivata l’idea di rifiutare i buoni pasto: Uniascom ha invitato infatti i propri iscritti a non accettare più i tagliandi distribuiti dai datori di lavoro ai loro dipendenti, in sostituzione dell’indennità di mensa, per saldare il conto della consumazione al bar o al ristorante. Questo per sensibilizzare gli utenti sull’argomento fino a quando il mondo della politica non darà un segnale di attenzione provvedendo a disciplinare il settore per restituire redditività a tutte le imprese della filiera e garantire i diritti dei lavoratori che usano il buono pasto.
Il settore interessa 2 milioni di lavoratori al giorno per un mercato da circa due miliardi e mezzo di euro all’anno che, se non verrà disciplinato rischia di saltare: «Per tutti questi motivi – dichiarano Giancarlo Vedovato, fiduciario della FIPE della provincia di Varese e Giordano Ferrarese, presidente dei Ristoratori di Uniascom – ribadiamo un forte e pressante inviato agli esercenti a non accettare più i buoni pasto. Nel contempo, come Uniascom, abbiamo inviato una nota alla CONSIP SPA con la quale si dichiara la indisponibilità degli esercenti della provincia di pagare di tasca propria gli sconti che questa pensa di ottenere con la imminente gara per i buoni pasto dei dipendenti pubblici».
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