«Il karate è una ricerca che non ha mai fine»

Intervista con il M° Giorgio Gazich, direttore tecnico del Bu Do Kan Busto Arsizio: l'arte marziale come sport e come filosofia di vita

C’è un’arte marziale orientale che per numero di praticanti non ha rivali in Occidente, ma che per paradosso non si è mai vista alle Olimpiadi. È il karate, nel quale l’Italia è il Paese da battere a livello mondiale, avendo vinto un’impressionante messe di medaglie in ogni occasione internazionale. A livello nazionale la Lombardia è una vera fucina di campioni, la regione con le tradizioni più forti e il maggior numero di atleti; e tra le scuole più prestigiose e premiate vi è il Bu Do Kan del Maestro Giorgio Gazich (foto). Nata a Busto Arsizio nel 1979 con il nome inziale di Sho Bu Kan ("casa del nobile guerriero"), dall’81 la palestra assume il nome di Bu Do Kan, che significa letteralmente "dove il nobile guerriero impara la Via". La Via, il Do in giapponese, è il percorso, tanto fisico quanto spirituale, che conduce all’armonia e al dominio di sè, l’equivalente giapponese del Tao (o Dao) cinese.

Con il tempo il Bu Do Kan si è espanso, soprattutto nell’ultimo decennio, fino ad aprire altre sedi oltre a quella "storica" di via Dante, dietro le scuole Bossi: Beata Giuliana di Busto Arsizio (via Puricelli), Magnago, Castellanza, Samarate, Legnano, Varese; Casorezzo, Castelveccana (sezione distaccata di Varese) e Laveno, per un totale di oltre 300 atleti e praticanti. Importantissimi i risultati internazionali ottenuti dagli allievi di Gazich: Alessia Averna, campionessa di livello europeo e mondiale, solo per fare un esempio ha vinto ai recentissimi europei di Malta la medaglia di bronzo nella specialità del fukugo (che unisce prove di kata, le "forme", con il kumite, il combattimento) e, insieme a Cristian Zanovello, l’argento nella difficile specialità dell’enbu, nel quale occorre simulare in soli sessanta secondi un combattimento con alcuni colpi obbligatori ed un esito prefissato.

«Siamo una scuola di karate tradizionale» sottolinea il Maestro Gazich, anche per distinguersi dal "karate sportivo", che consente di affondare i colpi a differenza del karate tradizionale o Shotokan, nel quale il colpo va fermato subito prima del bersaglio. Lo stile Shotokan è stato portato in Italia negli anni Sessanta dal Maestro Hiroshi Shirai, «che ho avuto la fortuna di conoscere e con il quale mi alleno ormai da più di vent’anni» sottolinea orgoglioso Gazich, cui nel 1999 la commissione tecnica della Fikta (Federazione Italiana Karate Tradizionale) ha attribuito il VI Dan ("livello" della cintura nera).

«Chi nella vita vuole raggiungere un obiettivo deve lavorare con serietà e costanza» raccomanda Gazich. «Il discorso che ormai da 25 anni portiamo avnti mira non solo alla formazione tecnica e atletica, ma all’educazione soprattutto dei più giovani. Ci piace pensare di poter dare anche una preparazione mentale ai nostri atleti. Insegnamo loro che la strada per la vittoria – sempre gradita, ma mai un fine ultimo in sè – deve essere etica e retta, priva di scorciatoie, sostenuta da fede, spirito di sacrificio, onestà». Si respira la filosofia del Bushido, l’etica del samurai, privata delle componti più bellicose e trasposta in termini occidentali. «È bello vedere l’effetto che la pratica del karate tradizionale ha sui bambini» osserva Gazich, «che apprendono una disciplina interiore e il rispetto degli altri, oltre a divertirsi. Beninteso, io stesso mi diverto ancora più oggi di un tempo, perchè più si va avanti più si capisce quanto ancora non si sa sulle proprie capacità fisiche e mentali, e ci si sforza instancabilmente di perfezionarsi, anche in età avanzata. Ci si prepara con costanza, affinando il nitore e la precisione della tecnica, che è anche una chiave per imparare a non farsi male. È una ricerca che non ha mai fine».

È su queste basi che Gichin Funakoshi (1868-1957), il venerato sensei (maestro) di tutti i sensei, il cui ritratto campeggia sullo stemma del Bu Do Kan, "inventò" letteralmente il karate ad Okinawa, allora un’isola i cui abitanti erano disprezzati dai giapponesi come "mezzi cinesi". Fu lui a coniare il termine "karate", letteralmente "mano vuota", al posto di Okinawa-te, per pubblicizzare al meglio anche tra i giapponesi "doc" l’arte marziale da lui studiata e codificata fino agli ultimi anni della sua vita. E la riprova che il karate si può praticare con profitto anche in età avanzata è qui al Bu Do Kan nella persona di Prospero Vitale (a destra nella foto con Gazich), 75 anni, che da 21 pratica sotto la guida del maestro Gazich ed ha conseguito il II Dan. Il resto è applicazione e costanza: e lo si capisce quando si vedono le cinture nere che, con anni di pratica alle spalle, ancora provano instancabilmente le tecniche di base come le più complesse, cercando nella perfezione della tecnica e nella mente sgombrata da ogni pensiero la perfetta armonia.

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Pubblicato il 22 Giugno 2005
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