Telethon e l’Insubria insieme per sconfiggere una malattia rara
I ricercatori dell'Insubria, nel laboratorio che collabora con Telethon, hanno scoperto come funziona il gene CDKL5, responsabile del ritardo mentale delle bambine
Ogni tanto i titoli di qualche giornale le fanno scoprire al grande pubblico, rendendo per qualche ora evidenti delle tragedie famigliari sconosciute ai più: si tratta delle malattie rare, sindromi che cambiano la vita non solo di chi è colpito ma anche di tutti i famigliari che stanno loro intorno, incuneati tra malattie che portano alla degenerazione e alla morte dei loro cari, la totale ignoranza dei più e la scarsa speranza di trovare una soluzione a malattie con troppi pochi pazienti per essere un business che vale la pena di affrontare.
Ma, ogni tanto, arriva qualche notizia buona, qualche esempio di passo avanti. E se poi questa buona notizia nasce nella nostra provincia e si scopre che si è formata grazie ai contributi di Telethon, sembra ancora più bello leggerla. Nel caso specifico, si sono fatti significativi passi avanti nello spiegare la sindrome di Rett: passi importanti, perchè avere il quadro completo di "come funziona" la malattia significa poter aprire le porte, in seguito, alla cura della malattia stessa.
«La sindrome di Rett è una malattia rara, ma ciò nonostante è molto significativa per i genitori di bambine, perché è ritenuta la terza causa di ritardo mentale femminile, dopo la sindrome di down e la sindrome detta dell’”X fragile” – spiega Nicoletta Landsberger, ricercatore di biologia molecolare dell’Università dell’Insubria, alla testa della parte bustocca di un progetto sulla sindrome – le bambine malate nascono e crescono in maniera normale per i primi 36 mesi. Poi hanno una rapidissima regressione: cominciano col non seguire più i genitori con gli occhi o disimparano ad andare a gattoni, in una progressione che le porta a gravi ritardi mentali e a forme d’autismo, a movimenti stereotipati incontrollati – come se si lavassero continuamente le mani – o all’incapacità di parlare e muoversi. Rimangono in questo stato per tutta la vita e se non vengono uccise da crisi epilettiche o da fenomeni gravi di apnea, di cui spesso soffrono, raggiungono in queste condizioni molto frequentemente lo stato adulto. Quelle che ho descritto fin qui sono le bambine definite “Rett classiche”, coloro cioè che sono state colpite dalla malattia in forma classica: la causa di questa forma della sindrome è un gene mutato, più precisamente la proteina MECP2, che ha il compito di "spegnere" alcuni geni del cervello. Questa spiegazione però vale per l’85-90% delle bambine che ha la sindrome “Rett classica”: davanti ad uno studio della loro mappa genetica, in questa percentuale si trova infatti tale gene mutato. Restano però il 10-15% delle bambine che non rientra in questa ipotesi, e la maggior parte delle bambine colpita dalla Sindrome di Rett in una delle sue varianti: in questo caso infatti non più del 30% delle pazienti ha quel gene mutato. Questi risultati hanno dato innanzitutto un primo risultato: cioè il fatto che necessariamente almeno un altro gene dovesse essere coinvolto in questa malattia».
Quella della scoperta dell’MECP2, quindi, non è stato altro che l’inizio di una "mappa" che deve rendere più chiaro il quadro della sindrome: «Negli ultimi mesi è stato scoperto che pazienti affette da varianti di sindrome di Rett avevano un altro gene mutato: il CDKL5. Uno dei gruppi che ha partecipato a questa scoperta era un laboratorio Telethon come noi, guidato da Alessandra Renieri e facente parte dell’università di Siena, che collabora con il nostro laboratorio di Busto Arsizio sui geni della sindrome di Rett.
Quello che abbiamo fatto noi, dopo la scoperta, è stato cercare di capire cosa fa questo gene proteina per indurre la sindrome: insomma, abbiamo analizzato il suo comportamento per capire che cosa “va storto” in questa modificazione e a giustificarne il perché. Così abbiamo scoperto che questa proteina appena scoperta "parla” con l’altra, inducendo in essa delle modifiche chimiche».
Quella appena pubblicata nelle principali riviste scientifiche non è però ancora la spiegazione definitiva delle cause della sindrome: «Siamo convinti che non sia finita – spiega infatti la Landberger – pensiamo infatti ci sia almeno un altro gene coinvolto. E lo pensiamo perché nemmeno questo secondo questo gene spiega tutte le varianti della sindrome. E poi, noi crediamo anche che ci siano dei geni che feriscano non solo dell’esistenza della sindrome, ma anche quanto una bambina è grave».
Con Nicoletta Landsberger lavora, nel laboratorio dell’università dell’Insubria a Busto che collabora con Telethon, un team di 12 persone: alla testa della ricerca sulla sindrome di Rett – uno studio in atto dal 1999 – lavorano anche Gianfranco Badaracco e Charlotte Kilstrup-Nielsen.
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