Festival di Arzo, quando la montagna si racconta

Il festival internazionale di narrazione si terrà i prossimi 26-27-28 agosto

La montagna come esperienza da raccontare e da vivere, con le parole, i pensieri e le storie. Questo è il Festival di narrazione dei paesi della Montagna giunto alla sua sesta edizione e che si terrà ad Arzo i prossimi 26-27-28 agosto.
Si parte con Giuliana Musso che salirà sul palco di Arzo con un finto pancione ad inaugurare il Festival di narrazione e a raccontare la nascita di un bambino di oggi, nell’atmosfera frenetica e asettica di un moderno ospedale, dove il battito del cuore viene registrato da complicati macchinari. Improvvisamente il suo spettacolo cambierà registro, luci e ritmi, per recuperare la memoria di tante altre nascite, restituendo alle emozioni, al dolore e alle gioie, il tempo necessario per essere vissute e raccontate. Questo vuole essere il festival: un cambio di registro, il recupero del tempo per ascoltare con le nostre orecchie e raccontare con la nostra voce i battiti del cuore. Nati in casa è la storia dell’inizio di tante altre, ma è anche il racconto di una donna che ha assistito tante donne nell’avventura irripetibile della nascita di un figlio.
E alle storie delle donne, dei loro percorsi e delle loro passioni,  quest’anno il festival offrirà  largo spazio. Passione è il titolo dello spettacolo di Laura Curino che racconta il suo amore per il teatro, nato a poco a poco da tante piccole e grandi passioni trasmesse da figure femminili incontrate fin dall’infanzia.

«Sono tutte donne quelle che compaiono in questa storia. Sono loro che insegnano, anche senza saperlo, la passione alla bambina protagonista del racconto. Maestre nell’arte di far crescere, ognuna in misura diversa. Le insegnano che certo, non si può fare a meno di essere nati da qualche parte, ma si nasce proprio per andare dove si vuole, con chi si vuole».

Che cosa ascoltavano e che cosa imparavano le bambine cresciute ai bordi dei lavatoi, luoghi femminili per antonomasia, dove per decenni donne di tutte le età si incontravano per lavorare, intrecciando insieme ai panni chiacchiere, pettegolezzi e discussioni? È nella memoria di queste storie, vere e immaginate, raccontate e cantate, che la compagnia Fata Morgana ha voluto scavare per creare il testo di "Come acqua nei lavatoi".

E Storie di bambine, di mamme, di nonne, di maestre, di streghe e di principesse sono quelle narrate da Michele Pascarella che ai bambini offrirà anche, attraverso i suoi laboratori, lo spazio e il tempo per raccontarsi.

Ma le storie delle donne, nella vita come al festival, si intrecciano con quelle di tanti uomini e di tante terre: non solo quelli del Friuli dove sono Nati in casa i bambini raccontati da Giuliana Musso,  o quelli della periferia torinese dove è nata la Passione di Laura Curino, ma anche quelli del Piemonte affrescato con parole e musica nello spettacolo Donne e Patriarchi della Compagnia Faber Teater e quelli che nelle strade della Milano da bruciare, raccontata da Giancarlo Biffi del Cada Die Teatro, inseguivano una straordinaria utopia.

Racconti di qui e d’altrove: come le Histoires des 5 Contes-inents di Sam Cannarozzi che, cresciuto nel quartiere siciliano di Chicago e trasferitosi poi in Francia, ha imparato viaggiando a mescolare parole di lingue diverse e sconosciute, restituendo loro quella componente visiva, gestuale e musicale che le rende universalmente comprensibili; come i Rencontres sur le pont de Bagdad, del libanese Jihad Darwiche che, in quel francese che fu una delle lingue dei colonizzatori della sua terra, riesce a restituirci la magia e gli odori dell’Oriente, raccontandoci di quella città che un tempo era il centro del mondo e di quel grande ponte sul fiume Tigri dove si incontravano i mendicanti e i poeti, i giullari e i ricchi mercanti, le carovane giunte da molto lontano e i venditori di datteri. In italiano invece, Abderrahim El Hadiri ci racconta il suo Marocco, ridando vita alle terre colorate e agli oggetti tradizionali della sua cultura, sotto una tenda, simbolo di vita nomade, di viaggio, di incontro, di superamento delle distanze.

E sono sempre le parole, scritte sui diari e sulle lettere da recapitare alle mogli e ai figli lasciati nella propria terra o raccontate da chi è riuscito a tornare, che hanno permesso di mantenere un legame con la propria casa ai minatori partiti dall’Italia per andare a lavorare o a morire nelle miniere di carbone del Belgio.
Via,  opera teatrale dedicata alla tragedia di Marcinelle

dei Cantieri Teatrali Koreja e Italiani Cìncali di Mario Perrotta della compagnia del Teatro dell’Argine, sono due spettacoli costruiti sulla medesima storia, quella dell’epopea di milioni di italiani che nel secondo dopoguerra sono partiti per sfuggire la fame e la miseria. Sono due spettacoli accomunati dalla medesima volontà di ricostruire, attraverso il racconto, un ponte con un passato vicino ma rimosso e di ridare dignità a quegli uomini venduti come braccia da lavoro e dimenticati. Ma proprio nella loro diversità, questi due spettacoli ci ricordano come quella del narratore è l’arte di farsi attraversare dalle storie per restituirle trasformate dalla propria sensibilità, dal proprio sguardo sul mondo, dal proprio vissuto e per intrecciarle con la sensibilità, lo sguardo, il vissuto di chi viene ad ascoltarle, per trasformarsi ancora. 

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Pubblicato il 22 Agosto 2005
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