La Riforma Moratti nel mercato del lavoro: c’è ancora molto da fare
Colloquio con il presidente dell'Associazione Artigiani Giorgio Merletti
Si sa che il mercato del lavoro, in tutte le sue varie dimensioni geografiche, funziona se esistono buoni attributi, che ne costituiscono i presupposti: se ci sono imprenditori disposti ad investire e a rischiare, se ci sono infrastrutture e servizi efficienti, se l’ordine pubblico è sotto controllo, se le maestranze sono motivate, professionalizzate e competenti, se sindacati ed imprese intrattengono relazioni collaborative e costruttive. E ancora, se la classe politica locale si ponesse al servizio dello sviluppo e non di sé stessa. Questi sono tutti presupposti per un mercato del lavoro efficiente, per efficienza intendendosi non soltanto un asettico equilibrio economico tra domanda e offerta di lavoro, ma un contesto istituzionale dove le opportunità occupazionali siano orientate, indirizzate, dove i percorsi di incontro tra chi offre lavoro di un certo tipo e chi lo cerca con caratteristiche adeguate all’offerta siano in qualche modo accompagnati attraverso scelte consapevoli di attori, pubblici ma anche privati, che professionalmente si dedicano a questo mestiere. Un contesto istituzionale e formativo dove i giovani possano costruire il loro domani. A parlarcene, dopo i casi di cronaca (come quelli emersi nell’articolo "Formazione professionale: pochi fondi, molti disagi ", ) è Giorgio Merletti, Presidente dell’Associazione Artigiani della Provincia di Varese, a poche ore dal convegno previsto pe il 16 settembre alle 9 al Palace Grand Hotel di Varese, dal titolo "Come migliorare il funzionamento del mercato del lavoro locale?".
Riforma Moratti: un bene o un male per il mercato del lavoro?
«La riforma è, sotto un certo punto di vista, pragmatica nell’offrire un percorso che da un lato prevede la carriera, definiamola in questi termini, scolastica e dall’altro il percorso formativo. Un percorso sul quale dobbiamo insistere e che è nato da Giovanni Bosco, il Santo che aveva intuito che si può apprendere anche lavorando. Il punto è che si deve superare la barriera posta tra il mondo del lavoro e l’apprendimento. Apprendimento basato molto sul sapere e poco sul saper fare. L’idea di introdurre la formazione professionale con pari dignità rispetto all’istruzione, quindi, può portare un maggior numero di ragazzi a studiare fino a 18 anni. Oggi almeno il 30% si perde per strada».
E il mercato del lavoro?
«Rappresenta uno fra i fattori più importanti della crescita economica del territorio in quanto, se adeguato per quantità e qualità delle risorse umane disponibili alle esigenze produttive locali, è condizione fondamentale per conservare nel futuro quel benessere sociale raggiunto dalla provincia di Varese».
Trova che la Regione Lombardia abbia utilizzato adeguatamente i fondi da devolvere ai corsi di formazione?
«In realtà la Regione ha stanziato solo una parte di ciò che sarebbe stato necessario per offrire un’equa occasione formativa a tutti i giovani interessati alla formazione professionale penalizzando il futuro delle nuove leve del mondo del lavoro. A questo punto viene a crearsi un problema di carattere "sociale" perché si assiste ad un ulteriore indebolimento di quell’anello che dovrebbe congiungere la realtà scolastica con quella imprenditoriale. Un indebolimento che è dato anche dagli scarsi finanziamenti assegnati alle Province per rispondere interamente alle richieste del territorio».
Il problema può essere risolto?
«Si potrebbe trovare soluzione nella diversa gestione dell’afflusso di studenti. Nella formazione professionale non è facile prevedere il numero di alunni che si iscriveranno a quel corso preciso, di conseguenza risulta difficile commisurare le classi in base ai ragazzi. La mappatura del territorio (con i suoi bisogni), la conoscenza statistica della popolazione in età scolare, quanto la cultura delle famiglie potrebbe influire sulle inclinazioni del figlio, quanto il territorio influisce sulle scelte dei giovani e come questi potrebbero essere orientati verso altri percorsi grazie all’intervento delle associazioni di categoria sono strumenti fondamentali per rilanciare il mondo del lavoro».
Quale sarebbe il ruolo della Regione?
«Quello di dialogare con gli attori sociali per definire la strategia di sviluppo territoriale e la programmazione degli interventi. Per governare il territorio tre sono i fattori dei quali si deve tener conto: le infrastrutture fisiche e innovative, le attività di servizio al lavoro concepite esse stesse come infrastrutture e il rilievo nell’economia regionale anche nell’economia delle città non metropolitane».
Il mercato del lavoro è in trasformazione…
«…In realtà la trasformazione è cominciata tempo fa. Oggi si deve prestare maggiore attenzione alle dinamiche del mercato del lavoro locale (osservatori) per individuare con precisione le caratteristiche professionali dei lavoratori disoccupati e dei posti vacanti al fine della segnalazione agli interessati, imprese e lavoratori, delle opportunità che emergono dall’incrocio tra i dati relativi alla domanda e all’offerta di lavoro»
Fino ad ora, l’Associazione Artigiani ha sempre creduto nella Riforma Moratti. Ci crede ancora?
«Con i cambiamenti socio-economici che stanno interessando in questi ultimi anni il nostro Paese e, conseguentemente, la piccola imprenditoria, la nostra Associazione ha deciso di rilanciare e valorizzare ancor più il suo impegno nei confronti dei giovani. "Lavorare sui giovani e con i giovani" non è un semplice slogan. Lavorare sui giovani per favorire l’apprendistato, l’orientamento scolastico e la connessione tra il "saper fare" ed i saperi scolastici. Si tratta, in poche parole, di fidelizzare i giovani all’azienda attraverso il trasferimento di conoscenze, valorizzare le loro capacità grazie a progetti formativi e di riqualificazione professionale, incoraggiare l’alternanza scuola/lavoro e l’aggiornamento continuo».
Quali sono le strategie per la formazione proposte dall’Associazione della quale lei è Presidente?
«Garantire la capienza di corsi mirati ed in tutte le categorie dell’artigianato; muoversi capillarmente sul territorio della Provincia di Varese; esercitare azioni di lobby sulla Provincia di Varese affinché questa possa agire sulla Regione Lombardia per ottenere i giusti finanziamenti per la formazione professionale. Non dimentichiamoci che la maggiore flessibilità nell’occupazione, le fasce deboli da tutelare, la disoccupazione "adulta" in crescita necessitano soggetti che possano offrire servizi alla collettività. Servizi in maniera quantitativa e qualitativa per i bisogni manifesti e latenti del sistema delle imprese e dei lavoratori. Inoltre innovazione, ricerca, conoscenze sono principi sui quali si fonda l’artigianato moderno. Un artigianato che crede nella formazione professionale come fonte di dignità e immagine e che sa quanto questo salto culturale pretenda grandi investimenti ed una mentalità del tutto nuova. Poi pensiamo che aumentare l’offerta formativa sia giusto, corretto e competitivo. Sia un atto dovuto nei confronti di chi si troverà, un domani, a doversi assumere la responsabilità di difendere e accrescere la produttività del sistema Italia».
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