36 anni dopo piazza Fontana, una strage senza colpevoli
Alle 16.37 del 12 dicembre 1969 un ordigno dilaniò la Banca dell’Agricoltura. Morirono 17 persone. Dopo anni di indagini, non sono ancora stati individuati i responsabili
Viva l’Italia del 12 dicembre, cantava qualche anno fa Francesco De Gregori. A 36 anni dall’esplosione che alle 16.37 del 12 dicembre 1969 dilaniò la Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana , quello che fu il primo clamoroso attentato della storia repubblicana italiana resta ancora senza un colpevole. L’ordigno, contenuto in una valigetta di pelle nera con dentro 7 chili di tritolo, lasciata sotto un tavolo all’ingresso della banca, uccise 17 persone e ne ferì oltre 80. In 36 anni di indagini, depistaggi, illazioni, testimonianze create ad arte e sospetti, le piste battute sono state tante. La prima, forse quella che ha lasciato il ricordo più indelebile nella memoria di tanti, fu quella che portò all’arresto di Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico del Circolo del Ponte della Ghisolfa, “caduto” da una finestra della Questura milanese in una pausa dell’interrogatorio a cui era sottoposto. A fare le domande era il commissario Luigi Calabresi, ucciso tre anni dopo dalla sinistra extraparlamentare.
In ordine di tempo, l’ultimo capitolo di questa vicenda tutta italiana ha fatto registrare l’assoluzione di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Gianfranco Rognoni, tutti personaggi vicini all’estrema destra, emigrati chi in Giappone chi in Francia per sfuggire ai numerosi mandati di cattura spiccati dalla magistratura. I processi, dal capoluogo lombardo, vennero trasferiti prima a Roma, poi a Catanzaro, per tornare infine, nel 2000 a Milano. Subito dopo la strage, le indagini puntarono dritte verso gli ambienti anarchici milanesi, con gli arresti di Pinelli e Valpreda, ballerino e militante anarchico del “Gruppo 22 marzo”, accusato dal tassista Cornelio Rolandi, che sosteneva di averlo riconosciuto con in mano una valigetta nera di pelle il giorno dell’attentato, e quella di Mario Merlino, ufficialmente militante anarchico, ma più tardi individuato come fascista infiltrato dei servizi segreti. Accanto alla pista anarchica, presto i giudici diressero l’attenzione verso la cosiddetta “pista nera”, che ha portato in Veneto sulle tracce dei neofascisti di Ordine Nuovo: nel febbraio del 1972 i magistrati milanesi D’Ambrosio e Alessandrini, presto ucciso in un attentato da Prima Linea, fanno arrestare i neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura, rilasciati e ripresi dopo un tentativo di fuga all’estero.
Le indagini si fanno inquietanti, i magistrati portano alla luce brandelli di verità che individuano legami occulti e pericolosi tra estrema destra e servizi segreti deviati. A Catanzaro, nuova sede del processo, nel febbraio 1979, Freda, Ventura e Giannettini, uomo dei servizi, vengono condannati all’ergastolo, sentenza ribaltata due anni dopo in secondo grado con l’assoluzione per mancanza di prova dei due neofascisti. Nel 1982, dopo altri balletti e passaggi di competenze tra tribunali e Cassazione, vengono arrestati a Caracas altri due neofascisti, Stefano Delle Chiaie e Massimiliano Fachini, poi assolti nel 1989. Ordine Nuovo resta al centro delle indagini e nel 1995, dopo 5 anni di inchieste e indagini su tutti i fronti, vengono indagati Delfo Zorzi, emigrato in Giappone dove è diventato un ricco imprenditore con lo pseudonimo di Hagen Roi, e Carlo Maria Maggi. L’8 giugno del 1999 sono rinviati a giudizio per strage Zorzi, Maggi e Rognoni, il pentito Carlo Digilio e per favoreggiamento, Stefano Tringali. Il 30 giugno del 2001 si chiude il processo con tre condanne all’ergastolo per Maggi, Zorzi e Rognoni, 3 anni per Tringali e la prescrizione per Digilio. Poi la doccia fredda della sentenza del 3 maggio 2005, con l’ennesimo processo sulla strage che si è chiuso con l’assoluzione degli imputati e l’obbligo, da parte dei parenti delle vittime, del pagamento delle spesse processuali. Una "beffa" per i parenti delle vittime, per una strage che dopo 36 anni resta ancora senza colpevoli.
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