Costituzione: «La riforma è contraddittoria»

L'opinione del giurista Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale sulla riforma voluta dal centrodestra

La riforma della Costituzione? Contorta, oscura, contraddittoria. Questa l’opinione che si ricava dalla relazione di Valerio Onida (foto), presidente emerito della Corte Costituzionale. Ieri sera l’illustre magistrato e professore di diritto costituzionale ha tenuto al Museo del Tessile di Busto Arsizio una sorta di lectio magistralis su prospettive ed effetti delle riforme volute dal centrodestra. Il pubblico, numeroso, ha risposto positivamente all’appello lanciato nei giorni scorsi dal Comitato "Salviamo la Costituzione", riempiendo la sala.

L’ospite è stato introdotto dall’avvocato Vittorio Celiento, presidente del Comitato e dall’avvocato Dario Baragiola. Fuori dalla sala conferenze si coninuavano a raccogliere firme per il referendum. "Valore fondamentale della Corte Costituzionale è quello della collegialità, la capacità di agire unitariamente pur esprimendo diverse culture" ha rimarcato Baragiola. "Da 50 anni la Corte esprime giurisprudenza di altissimo livello, tanto che Onida stesso ha più volte detto che la Corte è un nano sulle spalle di un gigante, ossia del lascito ereditato dai predecessori". Baragiola ha quindi presentato l’Onida docente universitario, ma anche volontario presso il carcere di Bollate, dove aiuta i detenuti nell’espletamento della pratiche legali che li riguardano, prima di lasciargli la parola.

"Le recenti riforme non sono ancora legge, non fino a quando i cittadini le avranno approvate con il referendum" ha sottolienato Onida, passando ad una analisi del modo in cui, fin dagli anni Settanta, si è sviluppato un "nuovismo costituzionale", un "mito della riforma" che mirava a cambiare profondamente la carta fondamentale per rafforzare l’esecutivo a scapito del Parlamento. Si è giunti in tal modo al paradosso di trovarsi in una situazione in cui di fatto, già ora il Parlamento è "una macchina da voti al servizio del governo", in totale contrasto con quanto avveniva trent’anni fa: eppure la riforma viene ancora presentata come necessaria. Onida non è stato tenero con il centrosinistra: la Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema sotto il governo dell’Ulivo sarebbe stata la prima a porsi ambiziosi obiettivi di modica costituzionale, concretizzati poi nella riforma del Titolo V della Costituzione varata tra 2000 e 2001 a colpi di magggioranza, dal momento che il centrodestra si era chiamato fuori. "Grave errore" sottolineava Onida: "si è creata l’idea che ogni governo può farsi la sua Costituzione a colpi di maggioranza, ma questo è uno stravolgimento dell’idea di Costituzione. Nel ’48, la carta fondamentale fu approvata a larghissima maggioranza da un parlamento profondamente diviso tra social-comunisti e democristiani: eppure vi fu un’unità di fondo innegabile". Altri tempi, purtroppo: il ricordo della guerra civile combattuta fianco a fianco, dei patimenti sofferti da molti in carcere e in esilio prevaleva sulle divisioni del momento. "Come si fa a dire che la Costituzione italiana è vecchia? Ha 60 anni scarsi; quella americana ne ha 230 ed è stata emendata – non riscritta – appena 17 volte" ha ricordato Onida. "L’unico motivo valido per cambiare una Costituzione è che sia di ostacolo alla soluzione di un problema: prima di lanciarsi nella riscrittura di una Costituzione bisogna sapere perchè".

E qui iniziavano le dolenti note, con la disamina da parte di Onida degli aspetti della riforma, in pratica un elenco dei tanti motivi per cui bocciarla. La devolution? Una vuota parola: non vi sono novità sostanziali, dal momento che l’impianto della riforma del 2001 non viene modificato nella sostanza: in compenso si creano conflitti di competenze a non finire tra Stato e Regioni e tra le due Camere, e con l’assegnazione della competenza esclusiva sulla sanità alle Regioni si tenta di smantellare il servizio sanitario nazionale. Inoltre, quel che è peggio, si concedono ulteriori, estese competenze agli enti locali senza consentire loro di aumentare il prelievo fiscale, come sarebbe logico per sostenere un simile carico di lavoro: ed è ben noto che le ultime Finanziarie, invece di trasferire fondi agli enti locali in un’ottica federalista, tagliano a tutto spiano per mantenere la macchina statale. "La vera, unica innovazione forte della riforma voluta dalla maggioranza è la concentrazione del potere nelle mani di un Primo Ministro eletto direttamente dal popolo, in una deriva di democrazia plebiscitaria" osservava ancora Onida. Sarebbe lui, e non la maggiroanza, ad essere consacrato dal voto popolare, a danno dei poteri del Parlamento e del Capo dello Stato. Ancora più di oggi, le maggioranze sarebbero dirette a bacchetta. Vi è infine. lamentava Onida, il tentativo di minare l’indipendenza del Consiglio superiore della Magistratura aumentandone i membri non togati (nominati dal parlamento) e rendendone di nomina politica anche il vicepresidente, attualmente scelto dall’organo stesso. Insomma, un quadro tutt’altro che positivo quello tracciato da Onida, che invita a riflettere sulla necessità e sugli scopi di quanto portato avanti dal governo Berlusconi. A giugno si andrà al referendum (senza quorum, in quanto confermativo) e si capirà se gli elettori hanno mangiato la foglia.

 

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Pubblicato il 18 Gennaio 2006
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