«Ho la patologia per il racconto»
Vincenzo Cerami, autore di Roberto Benigni, si racconta alla bibliteoca di Tradate, da Un borghese piccolo piccolo al suo ultimo libro, passando da La vita è bella

«Ho la patologia per il racconto». Vincenzo Cerami ha definito con queste parole la sua passione per la scrittura durante l’incontro con l’autore che si è svolto venerdì 10 febbraio nella biblitoeca di Tradate e a cui hanno partecipato oltre 60 persone. Poeta, drammaturgo, allievo di Pasolini, ma noto al grande pubblico per aver esordito nella letteratura con il romanzo Un borghese piccolo piccolo e per essere lo sceneggiatore e autore che ormai da anni collabora con Roberto Benigni, da Il piccolo diavolo fino ad arrivare al recente La tigre e la neve, passando dall’indimenticabile La vita è bella, per cui nel ’97 ottenne persino una nominations all’Oscar. «Era tutto un teatrino – racconta Cerami ricordando la notte delle stelle in cui Benigni ha portato a casa ben tre premi -, sembrava di essere in un film, i vincitori non si conoscevano, ma tutto era studiato nel minimo dettaglio, esattamente come quando si gira un film».
A intervistare il noto autore era presente il critico cinamtografico Mauro Gervanisi che ha esordito partendo proprio dall’ultmo romanzo di Cerami, dal titolo L’incontro, edito da Mondadori. «Preferisco molto di più la letteratura – ha raccontato lo sceneggiatore -, sei tu da solo, hai molta più possibilità di esplorare, sperimentare. Il risultato finale lo senti più tuo. Con questo non voglio dire che disdegno il cinema, mi piace, soprattutto sono contento di aver lavorato per grandi registi e autori come Bellocchio, Avati, tra poco anche con la Cavani».
Tra gli argomenti affrontati le continue polemiche che ancora avvolgono La vita è bella, accusato da più parti di essere di cattivo gusto. «Se lo avessero fatto gli ebrei, nessuno avrebbe detto nulla – ha spiegato Cerami -. Io però sono del parere che tutto si può fare. Il vero problema non è il nostro film, ma se sia lecito o meno fare fiction sull’olocausto, in qualsiasi forma. Ogni votla che si fa fiction si fa del negazionismo, ci si inventa qualcosa che non è mai esistito. E poi è lecito dire che l’arte può avere argomenti tabù? Sono della convinzione che se il film è nello, è giusto farlo. Se poi si sbaglia, l’importante è sbagliare con sincerità».
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