Friuli trent’anni dopo: la ricostruzione partì anche da Varese
Sei maggio 1976: la paura per il sisma, la solidarietà, la ricostruzione ricordate da chi si mobilitò in prima persona. Oggi una delegazione di volontari varesini in visita nelle zone colpite
Olinto aveva 27 anni e il suo primo ricordo del terremoto fu un pollo. «Una gallina bollita che una famiglia stava consumando sotto una tenda da campo. Avevano solo quello da mangiare: me ne offrirono un pezzo. Lì capii che ce l’avrebbero fatta, e imparai cosa vuol dire la solidarietà». Oggi Olinto Manini ha quasi sessant’anni, ed è il sindaco di Malnate. Altri, che come lui partirono trent’anni fa per aiutare le popolazioni colpite dal sisma in Friuli, fanno oggi i medici, gli insegnanti, gli avvocati, gli elettricisti, come un tale Bernasconi, detto “scintilla”, «perché era in grado di ripristinare velocemente una linea elettrica».
Una generazione che diede un contributo diretto all’assistenza delle popolazioni che avvertirono il 6 maggio del 1976 un boato fortissimo, una scossa dell’ottavo grado della scala Mercalli che a molti tolse la casa, ad altri la vita. Quasi mille furono i morti, 45 mila i senza tetto, decine e decine i centri colpiti e fortemente distrutti. Come Baulinz, frazione di Trasaghis, in provincia di Udine, dove 150 ragazzi varesini e comaschi tra i 18 e i 30 anni arrivarono per dare una mano, ognuno col suo bagaglio di conoscenze e spinto
dalla propria voglia di fare.
Oggi, a distanza di una vita, una delegazione composta da una trentina di varesini partirà alla volta del Friuli, invitata dal sindaco del paese, per una cerimonia fatta per ricordare quello che avvenne, ma soprattutto ciò che accadde dopo: la ricostruzione e l’impegno garantito da un enorme ponte di solidarietà che ancora oggi le popolazioni del posto ricordano, e che fu da volano per un rapido ritorno alla normalità.
«Allora avevo vent’anni, e come molti altri miei coetanei decisi di partire per aiutare – racconta Marta Prodan, Moglie di Gigi Bassani, prematuramente scomparso e anch’egli tra i volontari che lavorarono in Friuli – . Il vero motore della ricostruzione fu la solidarietà tra i volontari e la forte unione che si formò con le popolazioni del posto. Ricordo enormi magazzini dove arrivavano gli aiuti: tende da campo, coperte, alimenti, materiale da tutt’Italia. Ricordo i volti degli anziani, che potevano essere i miei genitori, e ricordo la desolazione». Marta, che oggi vive vicino a Varese, è una delle volontarie che andrà a
Baulinz assieme a padre Giovanni Nobili, comboniano, che ai tempi organizzò le prime partenze. «Allora non c’era internet – spiega Marta Prodan – ma il tam tam tra noi giovani si diffuse molto rapidamente. Io partii senza pensarci troppo, e ci rimasi un mese. Poi, nei mesi successivi, d’inverno, ci tornai altre due volte, per qualche settimana. Fu un’esperienza che mi porterò con me per tutta la vita».
Oggi resta certamente il ricordo, ma anche l’enorme segno di umanità e solidarietà che una catastrofe di questa portata ha lasciato in quanti partirono. «Anch’io ho un ricordo ancora vivo – conclude Olinto Manini – : la capacità dimostrata allora dagli amministratori locali. Oggi che sono sindaco mi chiedo come facevano quei sindaci e quegli assessori a organizzare in modo così efficiente gli aiuti e la ricostruzione in mezzo ad una calamità simile».
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