«Una Finanziaria con maggiore equità sociale»
L'intervento a Palazzo Madama da parte del Senatore Paolo Rossi
È sempre un’operazione utile uscire dall’agone ristretto della discussione politica e tentare uno sguardo d’insieme; ce lo ricordano, fra gli altri, i giornali stranieri che, com’è noto ampiamente, non risparmiano critiche all’Italia, numerosi osservatori politici, nonché, da ultimo, l’annuario Istat 2006.
In sintesi si può affermare che non emerga – da tale sguardo – un quadro confortante: abbiamo l’indice di invecchiamento più alto d’Europa e una metà della popolazione insoddisfatta della propria condizione economica. L’Italia è un Paese che invecchia, che si sente povero e sempre più inadeguato, che vive alla giornata, e che fatica a offrire risposte alle domande che si levano da una società che se si andata globalizzando per un verso, mentre, al contempo, ci appare sempre più complessa e frastagliata. È un Paese che legge troppo poco e che guarda troppa televisione, che abbonda nella burocrazia e latita nelle infrastrutture, che non riesce a essere competitiva nei trasporti – la bancarotta di Trenitalia e della Compagnia di bandiera sono due gravi moniti –, che non investe sufficientemente nella ricerca e che ha gli insegnanti meno pagati d’Europa. E via enumerando…
Non è importante in questa sede esibire grafici o statistiche, ma chiederci semplicemente se una simile immagine dell’Italia corrisponda o meno alla realtà, e in che modo sia possibile oggi contribuire a un cambiamento.
Io credo innanzitutto che, da un punto di vista politico, sia necessario uscire al più presto da una contrapposizione e da quell’ottica del "muro contro muro", pregiudiziale e sterile che ha caratterizzato, e continua a caratterizzare, il confronto fra gli opposti schieramenti. Noi, naturalmente, non ci rispecchiamo nell’Italia che abbiamo visto delinearsi nei cinque anni del passato Esecutivo. Tuttavia, vi è un segnale forte che è emerso negli ultimi mesi, ed è la necessità di allargare il perimetro del confronto, ragionare su categorie più duttili, accantonare i particolarismi strumentali e saper guardare al bene comune. In tal senso l’atteggiamento assunto dalla maggioranza sulla Finanziaria rappresenta un segnale di disponibilità da non sottovalutare.
La predilezione del precedente governo per un’azione della manovra finanziaria sostanzialmente statica (riproposta, identica a sé stessa, nelle varianti di condoni e aggiustamenti correttivi), con gli effetti che ne sono derivati, ha allargato la forbice dell’ineguaglianza e della disparità, creando l’immagine di un Paese diviso. Un presidente del Consiglio che – di là dai reiterati motti di spirito – invita a non pagare le tasse considerate «ingiuste», concetto ribadito nei brillanti sofismi di Renato Brunetta in una recente intervista (apparsa a p. 6 de «La Stampa» del 12 novembre u.s.) offre un messaggio pericoloso e sbagliato. Vige da tempo in questo Paese la convinzione errata che fare i "furbi" sia strategia migliore del seguire le regole. Ma è un’ottica miope, che alla lunga non paga, laddove è invece provato il contrario, e che pertanto la logica di appartenenza alle lobbies irrimediabilmente allontani dalla possibilità di creare e alimentare un sistema competitivo.
Il problema, se mai, è come operare sulle ragioni profonde che sottostanno alla stipula di un nuovo possibile contratto sociale. E questo deve essere il senso delle riforme. I vecchi modelli non tengono più e, come è ormai assodato, un Welfare tradizionale non è più sostenibile. D’altro canto, ed è questo un dato imprescindibile, siamo ai massimi storici dell’evasione e dell’elusione fiscale, calcolata in una cifra che supera i 320 miliardi di euro.
L’aver ignorato nei fatti, da parte del centrodestra, una questione centrale come quella dell’evasione fiscale ha prodotto vistosi squilibri ed ha allontanato il Paese dalla possibilità di muovere verso le ragioni dell’equità sociale. Le soluzioni adottate hanno procrastinato di fatto scelte compiute «a tavolino»: emanando, cioè, una serie di provvedimenti compattati insieme, mai realmente sviluppati ed elaborati, ma solo riproposti in forma diversa.
Ciò considerato, non desta stupore il fatto che l’Italia di questi giorni ci appaia come un Paese debole, in cui si sono inasprite le differenze, e, di conseguenza, le reazioni sorte all’interno di particolari corporazioni.
L’attuale governo si è preso l’onere di ridisegnare alcuni equilibri, per uscire da uno stato di impasse e di grave deficit. Far passare l’esigenza di risanamento dei conti pubblici, da parte dell’opposizione, alla stregua di un "bagno di sangue" indiscriminato e volto a colpire nel mucchio, è un’operazione demagogica oltre che falsa.
Io credo, viceversa, che lo "Statuto del contribuente" possa costituire un primo passo e un riferimento importante mentre, al contempo, la discussione sorta intorno al Decreto fiscale suggerisca le linee di sviluppo da intraprendere: prima fra tutte una semplificazione al livello normativo e fiscale che miri, in una logica non repressiva, alla costituzione di un sistema virtuoso (penso, solo come riferimento possibile, agli Stati Uniti), in cui cioè tutti i cittadini, in un dispositivo di equa ripartizione, non si trovino "costretti", ma abbiano un interesse e un proprio tornaconto a pagare le imposte.
Non sarà, naturalmente, l’azione di questa manovra a risolvere tutti i problemi: tuttavia, come è stato sottolineato da voci autorevoli, fra cui il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, il disegno di legge finanziaria per il 2007 mira ad assicurare stabilità per gli anni a venire.
La politica finanziaria non si fa con operazioni cosmetiche o ristrutturazioni di facciata. Competitività e logiche concorrenziali, che sono alla base dello sviluppo, potranno crescere solo se si sarà in grado di agire contemporaneamente in due direzioni: da un lato operando una modifica e un ammodernamento degli ammortizzatori sociali – favorendo così la mobilità del lavoro e influendo, nella sacca sempre più ampia del cambiamento in atto, sul fenomeno della precarizzazione –, dall’altro battendosi per uscire dalle logiche stantie, in un Paese in cui l’unica forma di meritocrazia è stato l’Ope Legis (la stessa minestra uguale per tutti!), riconoscendo e valorizzando, nel sistema di reclutamento e della formazione, professionalità, intelligenza e meriti (altro monito: la fuga dei cervelli).
I provvedimenti messi in atto dal disegno fiscale sono stati giudicati interventi «da Grande Fratello»: non me ne vorranno i colleghi della controparte se, rispetto a una telecamera che tutto filma dove nulla accade, e che tanto ricorda il "gattopardismo" finanziario del passato governo, preferisco sottolineare l’importanza di un Decreto che, nel Paese diviso che abbiamo ereditato, cerca, se non altro, di promuovere maggiore equità sociale.
Senatore Paolo Rossi
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