Perché hai disegnato la lucertola?
Nel ricordo di una nostra lettrice un episodio inedito della vita di Renato Guttuso mentre dipinge la "Fuga d'Egitto" al Sacro Monte
Un breve, ma intenso incontro che restituisce un ritratto profondamente umano del grande maestro di Bagheria noto per i modi bruschi e il carattere solitario.
«Mia figlia correva sempre avanti, la ritrovavo alla Terza Cappella ad ammirare la natività». Ma quel pomeriggio la curiosità della bambina fu stuzzicata dalla presenza di una struttura in pannelli di legno costruita proprio a lato della cappella. «L’impalcatura era transennata, ma quel pomeriggio l’ingresso era rimasto aperto. Non ho fatto in tempo ad acciuffarla che mia figlia già parlava con Renato Guttuso. "Perché hai fatto la lucertola?" fu la sua domanda, riferendosi al ramarro che si trova sull’angolo sinistro in basso dell’affresco».
«Me lo ricordo come se fosse ieri. I capelli vaporosi, ondulati e brizzolati, l’espressione cupa, la camicia di flanella a quadretti e il pullover scuro con lo scollo a v. E l’immancabile sigaretta».
È il 1983: Lina, la nostra lettrice, ha 33 anni e una figlia di 6. Come tanti varesini, approfitta di un bella giornata di sole per una passeggiata al Sacro Monte. E proprio lì avviene il breve, ma intenso incontro. «Mia figlia correva sempre avanti, la ritrovavo sempre alla Terza Cappella che ammirava la natività».
Ma quel pomeriggio la curiosità della bambina fu stuzzicata dalla presenza di una struttura in pannelli di legno costruita proprio a lato della cappella. «L’impalcatura era transennata, ma quel pomeriggio l’ingresso era rimasto aperto. Non ho fatto in tempo ad acciuffarla che mia figlia già parlava con Renato Guttuso. "Perché hai fatto la lucertola?" fu la sua domanda, riferendosi al ramarro che si trova in basso sull’angolo sinistro dell’affresco».
Oltre all’ambientazione, cosa la colpì dell’affresco?
«Il carattere agreste e contadino, la mestizia delle figure umane e i colori accecanti».
E di Guttuso?
«La voce profonda e l’espressione grave, ma più riflessiva che severa e, a pensarci bene, neanche burbera. Parlava molto lentamente, soppesando ogni parola. Sembrava quasi che le parole fossero delle pause che si prendeva tra una boccata di fumo e l’altra».
La conversazione a quel punto terminò?
«No, Renato Guttuso continuò a parlare con mia figlia. Le spiegò che Giuseppe era un falegname, che quello era il lavoro che sapeva fare e che avrebbe continuato a fare anche nella nuova terra. "Ed è per questo che l’ho dipinto con gli attrezzi del mestiere" concluse».
Di nuovo un’allusione personale.
«Certo, anche un pittore si porta dovunque va i "ferri" del mestiere. Comunque a quel punto non ci furono più dubbi: era chiaro che la nostra intrusione era durata a sufficienza e che ci avesse dedicato più attenzioni del previsto. Mi scusai ancora e lo salutammo. Non parlò: mi rispose con un lieve cenno della testa e ritornò a dipingere».
L’immagine che ci lascia è quella di un uomo di poche parole, ma non così arcigno come si dice…
«Beh, diciamo che non fu né scortese né sgarbato, ma neanche accogliente o cerimonioso. Forse era solo uno di quegli uomini ruvidi e un po’ "selvatici" che però si inteneriscono di fronte all’ innocenza e alla semplicità di un bambino».
Illudeva a qualche esperienza personale?
«Questo non lo so. Di certo anche lui era straniero a Varese: aveva un accento del sud così marcato! Immagino che la sua terra, così diversa dalla nostra, gli mancasse. E del resto l’affresco, che era praticamente finito, sembrava ambientato più in Sicilia che in palestina».
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