Phone center, gestori in marcia contro la nuova legge

Sabato 24 marzo in programma la protesta sotto il Pirellone. Al centro le norme per la gestione dei centri di telefonia in sede fissa

Sono duemila in tutta Lombardia, settecento a Milano e quarantacinque in provincia di Varese. E secondo le stime che circolano sui maggiori giornali, fra cui il Corriere della Sera, fra l’80 e il 95 per cento dei phone center potrebbe chiudere entro breve. Secondo la Legge Regionale 6, sono infatti scaduti i termini di un anno per mettere a norma le attività già esistenti. Il testo è stato approvato il 3 marzo 2006 e detta le nuove “Norme per l’insediamento e la gestione di centri di telefonia in sede fissa”, ovvero per i cosiddetti phone center. Telefonate internazionali, postazioni pc con accesso a internet, webcame e cuffie con microfono incorporato, ma non solo. Queste attività – gestite per la maggior parte da imprenditori stranieri -, offrono anche la possibilità di effettuare trasferimenti monetari via internet oltre ad altri servizi correlati, come la vendita di schede telefoniche e lo sviluppo di foto digitali.

Le legge – Secondo la legge 6, queste attività dovranno adeguarsi a nuove normative in tema di requisiti morali, autorizzazioni, localizzazioni, orari e soprattutto norme igieniche e di sicurezza. È soprattutto quest’ultimo punto a scatenare l’ennesima protesta dei gestori lombardi che hanno organizzato per sabato 24 marzo alle 14.30 una marcia che partirà dalla sede delle Regione, il Pirellone, per terminare poi in piazza della Scala di fronte a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano. L’articolo 8 “Requisiti e prescrizioni igienico – sanitari” prevede infatti la predisposizione di “spazio di attesa all’interno del locale di almeno 9 metri quadrati […] e la sala di attesa dovrà essere aumentata di 2 metri quadrati ogni postazione aggiuntiva”. Per quanto riguarda invece la dimensione delle cabine “ogni postazione deve avere una superficie minima di 1 metro quadrato ed essere dislocata in modo da garantire un percorso di esodo, libero da qualsiasi ingombro ed avere una larghezza minima di 1,20 metri”. In base poi alla grandezza del locale, oltre ad un bagno per i dipendenti, dovrà esserci un servizio per i clienti nei locali sotto i 60 metri quadrati. Per quelli di grandezza superiore, dovrà essere predisposto un ulteriore bagno per il pubblico.
Ben pochi sono i locali già esistenti a norma con queste norme o che nell’ultimo anno hanno provveduto ad adeguarsi. Inoltre l’articolo 2 (comma 2) limita l’ambito di applicazione delle norme a “ogni attività commerciale che importi una connessione telefonica o telematica allo scopo di fornire servizi di telefonia vocale indipendentemente dalle tecnologie di commutazione utilizzate”. Al comma 3, viene quindi specificato che “nei centri di telefonia in sede fissa sono ammesse le sole attività di cui al comma 2”. In pratica, i phone center potranno vendere un solo servizio, ovvero quelle di telefonia.

La protesta – In un articolo apparso sul sito della Regione Lombardia del 21 febbraio 2006, il presidente della Regione Roberto Formigoni spiega come «si tratta di un’ ottima legge che viene incontro ad un problema sentito dalla popolazione. L’obiettivo è regolamentare e mettere ordine in un settore importante e porre argine contro ogni possibile abuso e ogni possibile disordine".
Di tutt’altro parere i partiti di centro sinistra che il
20 febbraio scorso in consiglio regionale avevano annunciato la presentazione di un progetto di legge per chiedere un rinvio dell’entrata in vigore delle norme e sollecitare anche la discussione di alcune modifiche. Il Consiglio regionale, approvando a maggioranza la proposta del relatore del provvedimento Carlo Saffioti (FI), ha poi bocciato l’ipotesi di proroghe o modifiche.
Per questo il Partito di Rifondazione Comunista ha deciso di aderire alla manifestazione di sabato. «È difficile non vedere il carattere discriminatorio e xenofobo delle disposizioni – dichiara il segretario regionale del Prc Lombardia, Alfio Nicotra. – La nostra contrarietà è così fondata che il Tar Lombardia ha dovuto rinviare il testo della legge alla Corte costituzionale per dubbi di legittimità”.

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Pubblicato il 23 Marzo 2007
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