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Testo di Paola Zan

Il  mio vicino di casa è un uomo molto discreto. Ha una borsa piatta di tessuto che porta a spalla, e ogni tanto si vede spuntare un plico di giornali incellophanati. L’inclinazione del corpo è, forse per via del peso, sempre la stessa, ma talvolta il passo è più svelto e gli occhi mandano lampi di circospetta eccitazione. La donna che pulisce in casa sua, lascia sacchi di rifiuti sul pianerottolo per tutto il pomeriggio e solo quando se ne va, li scarica ai bidoni di raccolta, presumibilmente. La sua presenza nello stabile è concomitante alla trepidazione che pervade il mio vicino settimanalmente, ma non credo che vi sia un nesso. Vi assicuro però che il mercoledì o al massimo il giovedì, al quarto piano cambia la musica. Quando i sacchi gialli e neri spariscono è segno che la donna ha sbrigato tutte le faccende e se ne è andata. Questa, un’immigrata dell’est, ha come lui, modi freddi e sfuggenti. Un viso sottile di porcellana, i capelli tirati indietro, le labbra introflesse e gli occhi chiari ma privi di luce. Il tramestio di mezza settimana è una sorta di giro di boa personale, anche se malcelato, del mio vicino, che poi torna ad essere un cupo e pesante automa. Non di sabato, né di domenica. Qui si compie un rito molto più interessante. Il rientro alle cinque è fisso. Che piova o che splenda il sole, sette-otto passaggi avanti e indietro con le scarpe sullo zerbino, sono una costante. Sembra che esiti. Con un fruscio si infila nell’appartamento. La porta blindata sbatte. Un tonfo, come se lasciasse cadere qualcosa di imbottito. Alle sei, minuto più minuto meno, scatta di nuovo la serratura. Lo spesso giubbotto scuro ha lasciato il posto a uno svolazzante soprabito chiaro, le scarpe ora sono più leggere e la suola risuona come fa di solito il cuoio. Sono certa che mentalmente il mio vicino fischietti uscendo. Una volta, scendendo subito dopo di lui, e avendo io stessa un sacchetto gonfio di carta da smaltire, casualmente ho notato alcuni giornali ripiegati all’interno del bidone bianco, ormai pieno. Per farci stare la mia carta, ho premuto appena con la mano. Un evidenziatore giallo sottolineava alcuni indirizzi e cerchiava titoli di brevi trafiletti alla sezione: Vernici. Ah, ecco,  ho pensato, che sia un affezionato delle gallerie d’arte, un habitué delle presentazioni dei nuovi libri, degli incontri con esperti di passaggio in città? Bisogna proprio avere tempo da perdere per dedicarsi anche a questi svaghi… Quasi mai l’ho sentito rientrare.  Ma di solito non lo si vede più fino al mattino successivo, alle otto meno dieci, nei lavorativi. Poi non so. Non ci faccio molto caso perché in diversi si muovono attorno a quell’ora, com’è ovvio. Ci mancherebbe che fossi tutto il tempo lì a interpretare i rumori o i silenzi del condominio. Ho ben altro da fare, io.

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Pubblicato il 08 Marzo 2007
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