La tecnologia in aiuto del mal di schiena
Riuniti a Milano, esperti della clonna vertebrale discutono le tecniche innovative nella cura delle discopatie e delle ernie
Un nuovo approccio chirurgico che vuole essere dinamico per la chirurgia vertebrale, ancora troppo poco conosciuta e presente in Italia con solo il 15% di presenza ospedaliera.
A discuterne sono gli specialisti di schiena e collo, riuniti a Palazzo Mezzanotte di Milano, che hanno scelto di "appendere al chiodo" viti, placche e innesti – tutti strumenti della tradizionale chirurgia di fusione vertebrale – per sviluppare una nuova metodica interventistica che predilige la mobilità e la stabilità dinamica della colonna grazie a nuovi bio-sistemi, innovativi per design e materiali impiegati.
«I progressi nelle tecnologie degli impianti e degli strumentari, la chirurgia minivasiva, la chirurgia assistita dal computer sono gli elementi su cui si fonda la nuova metodica dinamica. Si sono così moltiplicate le possibilità di cura per le ernie discali e le discopatie, tutte problematiche in forte aumento se si pensa che 4 adulti su 5 ha sperimentato, almeno una volta nella vita, un fenomeno acuto di mal di schiena» dichiara il Dottor Roberto Assietti, neurochirurgo del FatebeneFratelli di Milano che presiede l’incontro, tra i primissimi in Italia ad adottare la nuova metodica dinamica.
In caso di ernia del disco cervicale è infatti disponibile un sistema che assorbe gli "shock" e restituisce mobilità in tempi record. Si tratta di un disco artificiale che – con una procedura chiamata discoplastica – va a sostituire quello originario usurato e diventa un air bag vertebrale capace di assorbire tutti i movimenti, diventati traumatici, per la zona cervicale. Per le problematiche di ernia del disco lombare, un piccolissimo elastico spinale ad altissima tecnologia, è in grado di rendere stabili – con un intervento di stabilizzazione dinamica – i dischi lombari prima di ricorrere ad interventi chirurgici più complessi e comunque non risolutivi.
Fino a qualche anno fa tutte queste patologie venivano curate, a livello lombare e cervicale, con una tecnica chirurgica chiamata "fusione intersomatica" che consiste nel bloccaggio, attraverso un sistema di viti, placche e innesti, di due corpi vertebrali. Di sicura efficacia nel breve periodo, a lungo termine la fissità di 2 o più elementi può determinare una degenerazione delle vertebre adiacenti, causando dolore e a volte la necessità di un nuovo intervento.
«La chirurgia vertebrale ha raggiunto finalmente lo scopo di non essere più soltanto demolitiva o sostitutiva della motilità come un tempo. La tecnica di fusione è ancora valida ed ampia è l’evidenza scientifica a favore, ma oggi si preferisce ricorrere anche ad alternative meno invasive e più dinamiche, soprattutto nei casi meno gravi. L’alternativa che la chirurgia vertebrale è in grado di proporre è un approccio che si integra nella biomeccanica della colonna vertebrale cercando di conservarne le capacità elastiche» dichiara il dottor Marco Brayda Bruno, chirurgo specialista in Ortopedia e Traumatologia della Colonna Vertebrale dell’Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano.
«E’ con questa nuova e forte capacità chirurgica che ci auguriamo che, anche in Italia come in tanti altri Paesi, si sviluppi sempre di più la specialità medica della chirurgia vertebrale, presente in pochissimi Ospedali sul territorio nazionale, ma l’unica in grado di trattare le sempre più frequenti patologie » conclude il dottor Antonio Paolo Fabrizi neurochirurgo del Centro Villa Maria di Torino.
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