Il vecchio Circolo, un gigante vuoto e che ha paura del buio
Luci accese anche di giorno, apparecchiature lasciate a sé stesse e mancanza di sorveglianza. Cronaca di un pomeriggio nel “padiglione centrale”
Farsi un pisolino nella “207” del secondo piano, con tanto di lenzuola e cuscini, oppure tocchicciare l’impianto elettrico del sottotetto? O, ancora, giocare al dottore con un macchinario della sala visite della chirurgia vascolare? Sono tante le domande che vengono in mente facendo un giro nella vecchia struttura dell’ospedale di Circolo, fondazione Macchi, nel pomeriggio di oggi, 5 luglio. Si entra da viale Borri, attraverso un passaggio pedonale. Nessun controllo, nessuna domanda. Si gironzola per i padiglioni, perlopiù deserti. Tanti operai, persone in camice bianco e in “borghese” si incontrano tra i vialetti d’asfalto. Alcuni padiglioni sono in piena attività, come la dialisi. In altri, dove un tempo c’era un grande viavai, ora c’è aria di smobilitazione. Anche una volta
varcata la porta gialla dell’ex chirurgia, il “padiglione centrale”, ad esempio, nessuno fa caso a chi entra e chi esce. E’ facile fare decine e decine di metri senza incontrare personale, o imbattersi ad esempio in un corridoio lungo una cinquantina di metri: nessuno, ma le luci, tutte, sono accese. Un inutile spreco per una struttura pubblica. Ai piani superiori non ci sono degenti ma infermieri e medici: la zona dedicata all’università, nella parte sinistra dell’edificio è deserta, salvo una donna delle pulizie. Ci sono diversi uffici, spogliatoi, le porte sono chiuse a chiave, anche qui le luci accese.
Si fa qualche rampa di scale e le cose cambiano. Al piano secondo si arriva al reparto di “chirurgia prima” che confina con la
“chirurgia toracica”, come indicano i cartelli. Qui, invece, regna il buio. La luce filtra dalle finestre ed entra nelle camere lasciate incustodite. Si vedono armadietti aperti, stanze da tre letti con lenzuola, cuscini e federe: se volessimo fare un sonnellino probabilmente arriverebbe sera, o forse mattina, senza che nessuno venga a disturbare. Una rapida occhiata e si imbocca un altro corridoio. Porta alla “chirurgia vascolare”. Anche qui non c’è nessuno. Ci sono però diverse stanze aperte. Una di queste è una “sala visite”: varcata la soglia ci sono scaffali, un frigorifero (acceso e in funzione) e un macchinario: sembra un elettrocardiografo, ha un monitor e diversi fili: migliaia di euro alla mercé di chiunque.
Ma c’è ancora qualcosa da scoprire: sta dietro l’ultima porta dell’ultima rampa di scale che si incontra. La maniglia si gira, è aperta. All’interno un’altra decina di scalini che portano ad un ampio quadro elettrico, in funzione, aperto a tutti i visitatori mentre, sempre passeggiando nel sottotetto, si arriva alle condotte di aerazione.
Il viaggio finisce dall’uscita che dà verso viale Borri, sotto la loggetta neoclassica del padiglione centrale, che sembra un gigante vuoto, lasciato a sè stesso e che ha paura del buio.
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