Mieli: «L’equazione straniero uguale criminale non c’è più»

Per la festa del patrono dei giornalisti, il cardinale Dionigi Tettamanzi, Paolo Mieli, direttore del "Corriere della Sera", e il giornalista di "Repubblica" Piero Colaprico hanno discusso dell'immagine degli immigrati che emerge dai giornali

Frequenti e diffusi gli stereotipi e i luoghi comuni che riguardano gli immigrati. «Ci rubano il lavoro», «si prendono le nostre case», e così via, è lungo il catalogo delle scorciatoie per descrivere una realtà tanto ricca e variegata. E i mass media? Non si possono chiamare fuori: il loro è un ruolo assolutamente decisivo. Proprio il mondo di giornali, tv, on line, «può contribuire a diffondere un’immagine riduttiva, se non distorta della realtà». Può addirittura diffondere «etichette difficili da rimuovere». E a volte sono proprio le notizie dai toni forti e con una voglia matta di sensazionalismo «a fare nascere nella gente comune reazioni emotive». È l’analisi severa, sui rapporti tra media e stranieri, che l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, ha pronunciato questa mattina al centro culturale milanese Ambrosianeum. Un giudizio proposto nel corso di un fitto dialogo tra il cardinale e il direttore del "Corriere della Sera", Paolo Mieli, in occasione della festa del patrono dei giornalisti, San Francesco di Sales.

Un altolà, nei confronti dei media, che l’arcivescovo ha lanciato sulla scorta dei dati presentati da un ricercatore dell’Ismu, Tomaso Zanda, a proposito di quale sia l’immagine degli stranieri che emerge dai giornali. Si parla di stranieri quando la politica si occupa di loro (nel 53% dei casi) o quando gli stranieri entrano nel capitolo "criminalità e sicurezza" (nel 34% dei casi). Per non parlare delle parole che a volte sono state utilizzate: da invasore a criminale, a terrorista. «Parole abusate», secondo il titolo del convegno, soprattutto se si guarda la realtà della vita concreta di tanti immigrati che abitano nelle nostre città. Uno di questi, Joan, clandestino rumeno, lo ha seguito per mesi il giornalista di "Repubblica" e giallista Piero Colaprico, che praticamente ha vissuto la sua stessa vita. Una storia fatta di fatica e di piccole ricette quotidiane (lavarsi nei bagni di Mc Donald’s, mangiare alla mensa dei frati), ma con una grande voglia di farcela a tutti i costi. «È’ questo il compito di noi giornalisti: raccontare le cose come stanno – ha detto Colaprico -, dicendo che la maggior parte di immigrati cerca un piatto caldo e un letto, non fa parte della minoranza criminale».

Quale, dunque, la strada che deve seguire l’informazione? Il cardinale di Milano non ha dubbi. Per Tettamanzi i media devono "non avvalorare i pregiudizi e contribuire a superarli, aiutando la gente a capire e interpretare l’immigrazione senza ansie". Il mondo dell’informazione può fare bene il suo mestiere se consapevole della posta in gioco e del senso di responsabilità da mettere in campo. E prima di ogni lettura sociale, economica e politica, deve esserci una "lettura del cuore", curiosa e rispettosa del bagaglio di sensibilità, cultura, religione che l’immigrato porta con sè. "Gli immigrati devono essere guardati come soggetti attivi nella convivenza civile, chiamati a dare il proprio contributo al bene di tutti". Ciò che già avviene, come è stato ricordato, dato che l’8,8% del Pil nazionale è assicurato dai lavoratori stranieri. Per l’arcivescovo di Milano, i media devono anche dare visibilità e spazio a chi aiuta gli immigrati ad inserirsi nella vita del paese: per esempio le realtà, ecclesiali e laiche, che organizzano i tantissimi corsi di italiano per stranieri.

«Ottimista» si è dichiarato il direttore del "Corriere della Sera". Secondo Paolo Mieli, si è superata la fase di emergenza legata ai fatti dell’11 settembre 2001, quando «era diffusa la sensazione di essere alla vigilia di un grande conflitto armato planetario». Un’atmosfera di grande apprensione, in cui «si cercava anche di capire quale rapporto ci fosse tra un fatto di sangue che accadeva a Gallarate e la possibilità di questo conflitto». Una situazione ora «metabolizzata» da giornali, tv e informazione on line. «Quei timori sono rientrati e l’informazione propone analisi più circoscritte e circostanziate». In altre parole, «le generalizzazioni cedono il passo alla storia degli esseri umani, con la loro vita e il loro passato». Restano pochi quei giornalisti che ancora sostengono l’equazione diretta tra straniero e criminale («si potrebbero contare sulle dita delle due mani», ha detto Mieli). «Un’equazione che oggi è praticamente proibita sulle pagine della maggioranza dei giornali».

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Pubblicato il 28 Gennaio 2008
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