“Attenzione, il PD in Europa rischia grosso”
La riflessione di Giuseppe Adamoli dopo il voto di aprile
Riceviamo e pubblichiamo la riflessione del consigliere regionale Giuseppe Adamoli sul ruolo del Pd in Europa. C’è stato un momento nel percorso di costruzione del Partito Democratico nel quale si sono confrontate due tesi. Una per creare una Federazione di DS e Margherita con una direzione politica unitaria ma con le organizzazioni di partito diverse e distinte. L’altra per sciogliere i due partiti e farne uno unico, come poi è realmente accaduto, purtroppo accantonando alcune scelte come la collocazione internazionale del PD.
Di fronte a questo bivio mi ero impegnato per questo secondo sbocco, ritenendo la Federazione un pasticcio da evitare. Il partito unico, pensavo, è una finestra di speranza sul futuro ed è perciò meglio in grado di conquistare consensi nell’astensione, negli incerti e nell’area di centrodestra.
Il risultato elettorale del 14 aprile è andato in una direzione diversa. La sconfitta, mano a mano che il tempo passa, appare sempre più pesante, come se la lunga transizione italiana fosse finita con un vincitore e un perdente, destinati a restare così per lungo tempo. L’analisi scientifica dei flussi elettorali mette in evidenza che il PD ha attratto più di un milione di voti dalla Sinistra Arcobaleno ma ne ha concessi altrettanti all’astensione e al Centro. Il dato ancora più importante è che la possibilità delle alleanze per il PD (dodici milioni di voti) si è ristretta enormemente e attualmente abbraccia forse solo l’Italia dei Valori (un milione e mezzo).
Il Partito di Berlusconi (tredici milioni e mezzo) può contare invece su un potenziale di altri quattro milioni e mezzo di voti fra Lega, MPA e, forse, la Destra di Storace. Ci sono poi i due milioni dell’UDC il cui sbocco finale a Roma è ancora incerto, ma che nelle sedi locali sono utilizzati nelle alleanze con il Centrodestra.
La mappa elettorale è fin troppo chiara e l’insediamento del PD assomiglia in modo impressionante a quello del vecchio PCI Berlingueriano (1976 – elezioni europee). Questo significa che l’elettorato non ha creduto all’innovazione culturale, sociale, politica, programmatica del PD, anche per il poco tempo a disposizione ma non solo per questo. In definitiva siamo ritenuti una forza della sinistra tradizionale, punto e basta.
Faccio questo ragionamento perché in questi giorni si è riaperta una discussione aspra sulla posizione europea del PD. Un problema che, come tutti quelli rimossi e non risolti, ritorna con una gravità maggiore. Si scontrano la preferenza della gran parte degli iscritti e dei dirigenti di provenienza DS favorevoli a restare nel Partito Socialista Europeo e la preferenza di quasi tutta la Margherita di non compiere il salto nel campo socialista avendo già lasciato il Partito Popolare Europeo. Il timore è che l’opzione della “famiglia socialista” possa confermare nell’elettore l’impressione di un Partito Democratico univocamente di sinistra.
Questo tornare a parlare di DS e Margherita mi preoccupa molto e riterrei un errore insopportabile la scelta di un PD che restasse diviso in Europa fra P.S.E. e Gruppo Liberaldemocratico nel quale si trovano attualmente i parlamentari eletti nella Margherita.
Non saremmo più un Partito a quel punto, ma una Federazione di Partiti, proprio ciò che avevo personalmente sempre respinto e che non accetterò neanche in futuro. Perché non pensare piuttosto a ciò che vogliono gli elettori che hanno dato fiducia al PD immaginandolo come un progetto politico nuovo non solo per i contenuti ma anche per il contenitore, sia in Italia che in Europa? Era proprio ciò che aveva promesso Veltroni nelle primarie e soprattutto nella campagna elettorale. Oggi è atteso alla prova dei fatti per evitare una involuzione pericolosissima.
Giuseppe Adamoli
Consigliere regionale PD
www.adamoligiuseppe.it
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