Il federalismo “differenziato” secondo Linda Lanzillotta
Il ministro-ombra analizza con Giuseppe Adamoli la riforma federalista del 2001 (disapplicata) e i problemi esistenti: "Semplificare e determinare le funzioni degli enti locali, chi è pronto e all'altezza le assuma"
Il federalismo: tutti lo vogliono e tutti ne parlano, ma da qui ad applicarlo seriamente e in modo responsabile ce ne passa. Se ne è parlato venerdì sera alla Festa del PD con relatori autorevoli come l’on. Linda Lanzillotta (foto), ministro-ombra del Partito Democratico per l’innovazione e la pubblica amministrazione, e il consigliere regionale Giuseppe Adamoli, tra gli autori del nuovo Statuto della Regione Lombardia. Ad introdurli brevemente, in una serata da lupi sotto vere piogge monsoniche, due esponenti locali del partito come Fabrizio Mirabelli, consigliere a Varese, e Luca Radice, già candidato al Senato.
I problemi sul tappeto sono e restano quelli di una riforma in senso federalista della Costituzione, quella del Titolo V portata avanti dall’Ulivo nel 2001, rimasta parziale e largamente disattesa negli aspetti fondamentali. Importanti funzioni sono state passate alle Regioni senza che lo Stato centrale riducesse minimamente il peso delle proprie strutture, sottolinea Lanzillotta. Già ministro per gli Affari Regionali nel defunto governo Prodi e moglie di quel Franco Bassanini cui si devono importanti riforme amministrative, Lanzillotta compie un breve excursus storico per dimostrare quale sia la posta in palio: dal 1992-1993, quando lo Stato, «per una politica pagata dal debito pubblico, con un Nord che evadeva e un Sud assistito», rischiò il default, vale a dire la bancarotta in stile argentino, ad oggi. «Fin da allora si è perseguito un risanamento forte dei conti pubblici, perché lo Stato è un fattore di competitività comparativa a livello internazionale».
Il federalismo doveva favorire autonomia, responsabilità, decentramento. Semplificare, sburocratizzare, coinvolgere cittadini e associazioni. «Tutto c’era già nella riforma del Titolo V della Costituzione» ma dopo, con la destra al governo «non c’è stato alcun “asciugamento” degli apparati centrali, e a livello locale anziché razionalizzazioni e semplificazioni si sono moltiplicati burocrazie e centri di spesa, aumentata a tutti i livelli». Insomma il solito pastrocchio all’italiana, con poltrone per tutti. La Carta delle autonomie cui il governo Prodi tra 2006 e 2008 si stava dedicando «mirava a “disboscare” la selva di enti locali per dare sostenibilità al federalismo fiscale».
Bisogna combattere abitudini radicate, e agire con fermezza ma anche con gradualità. Ne discende il principio del federalismo differenziato, con trasferimenti di importanti competenze – istruzione, sanità, beni culturali – su richiesta delle Regioni interessate, ma possibili se e solo se si verifichi il raggiungimento di adeguati standard operativi tramite un graduale “rientro” in criteri di sostenibilità. Operazione, secondo Lanzillotta, necessaria, perché «la situazione è sfuggita di mano». Se il modello lombardo, argomenta il ministro-ombra, è di improbabile realizzazione, a suo giudizio difficilmente il governo Berlusconi concederà comunque competenze strategiche come sanità e istruzione alle Regioni "pronte", tenendosi solo quelle "indietro": «su questa contraddizione bisognerà che lavoriamo». Debito pubblico e spesa previdenziale restano palle al piede per il finanziamento della macchina amministrativa, ricorda Lanzillotta. «Servono una radicale semplificazione e una precisa determinazione delle funzioni: chi le perde non le riproduce semplicemente negli enti inferiori. Si attui dunque ciò che già c’è e che stavamo cominciando a portare avanti. Tra un mese Bossi avanzerà le sue proposte, si vedrà la bontà del progetto della Conferenza Stato-Regioni, così simile a quello portato avanti dal governo Prodi».
Al momento giacciono infatti in Parlamento la proposta della
Conferenza Stato Regioni, che punta ad un federalismo “differenziato” o a velocità variabile, e quella del Consiglio regionale lombardo, fortemente voluta dalla Lega Nord e sulla quale il PD si astenne, non condividendone i contenuti, come ricorda Giuseppe Adamoli, critico su una certa astrattezza a priori del “modello lombardo” di federalismo: «Proporre 80% dell’IVA e 15% dell’IRPEF trattenuti dalla Lombardia? È senza senso ragionare così, prima si decide quali e quante funzioni attribuire a un ente e poi sulla base di queste di quanti soldi avrà bisogno, non il contrario…». Per il consigliere regionale «il vero obiettivo è un nuovo, più solido e responsabile assetto della finanza pubblica che metta tutte le Regioni di fronte alla proprie responsabilità». E sull’ICI: «Tassa odiosa, ma anche l’unica davvero federale. Ora che fanno? La tolgono rimpiazzandola con trasferimenti statali… il contrario del federalismo».
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