Un’ora in coda e le ronde

C' qualcosa che unisce l'insofferenza per code dovute ai lavori pubblici e le ronde. L'esasperato individualismo ha portato alla luce fenomeni che non conoscevamo

Tutti in coda e spesso salta la pazienza. I lettori, imbufaliti per i tanti cantieri, nei giorni scorsi si sono scatenati con telefonate, lettere, commenti. Il traffico e le condizioni delle strade sono un argomento sempre caldo e molto sentito. In un territorio come il nostro, tra i più popolati e con una presenza di auto altissima e una rete viabilistica ormai al collasso, è già un miracolo che tutto funzioni.
L’automobilista in coda vive con fastidio i disagi ed è comprensibile. È lì, spesso solo, anche se con la musica del proprio stereo e con l’aria condizionata che non fa soffrire il caldo, si lamenta.
Quella sua ora di coda ha le sue ragioni a causa di un lavoro che gli permetterà di viaggiare su una strada migliore e più sicura per tanti mesi, forse anni. E non solo a lui, ma a decine di migliaia di cittadini.
I disagi resterebbero, ma se si riflettesse su questo punto, quell’ora non solo sarebbe più tollerabile, ma troverebbe anche una sua ragione.
Questo è solo un piccolo esempio di come il nostro vivere stia progressivamente perdendo il senso della collettività, della società. A rischio è quel contratto sociale tanto invocato da Rousseau e che, pur garantendo la libertà di ognuno, tenga presente il bene di tutti.
Lo sforzo di dare un senso che vada anche oltre i nostri singoli bisogni verrebbe ripagato ampiamente e vivremmo tutti più serenamente.
Questo non toglie le responsabilità di quanti devono far funzionare al meglio i beni e i servizi. 
La tanto discussa norma sulla sicurezza, da cui nasce il progetto delle ronde è un altro esempio delle contraddizioni di quest’epoca.
È l’esasperato individualismo ad aver prodotto la perdita del senso di comunità. A questo si affiancano una serie di fenomeni nuovi, a volte dirompenti per quantità e per caratteristiche prima sconosciute, come l’arrivo di tanti popoli diversi fino a  rappresentare una quota importante della nostra realtà. Imputare a questo il senso di insicurezza è però non voler guardare in faccia le cose per quello che sono. Le comunità hanno progressivamente perso la propria identità non per fattori esterni, ma per come hanno riorganizzato il proprio vivere civile.
I modelli culturali proposti lungi dal mettere al centro la socialità hanno favorito l’isolamento. I cambiamenti sociali ed economici nel tempo hanno evidenziato fenomeni che non conoscevamo. Ci si sente così facilmente minacciati. Oggi i buon rapporti di vicinato diventano una notizia e i comuni sviluppano progetti in materia, un po’ come il pedibus per mandare i bambini a scuola a piedi.
Se partiamo da qui si comprende allora tutto questo agitarsi intorno al prossimo avvio delle attività di gruppi di volontari che contribuiscano alla sicurezza. Le cosiddette ronde dovrebbero coadiuvare l’attività delle forze dell’ordine e i fautori di questa proposta motivano questa decisione con il fatto che saremo più sicuri.
Può darsi e ce lo auguriamo tutti, ma forse le soluzioni, ammesso che ve ne siano, richiedono una più profonda riflessione su come si vive nella quotidianità.
Allora forse scopriremmo che lo stress non è originato dall’ora di coda o dalla visione di qualche faccia strana a una stazione o delle lingue incomprensibili provenienti da una panchina.
Rabbia  e paura in piccole quantità, e soprattutto ben riconosciute, aiutano. In caso diverso no e non ci consentono certo di vivere meglio.

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Pubblicato il 07 Agosto 2009
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