“L’annessione alla Svizzera? Un atto di immensa stupidità”
Pubblichiamo l'articolo inviato a VareseNews dallo scrittore comasco Giuseppe Salvioni: «A mettere le mani sulla Lombardia ci hanno provato in molti dal Sacro Romano Impero in poi»
L’esito dei sondaggi sul “pro Svizzera o no” parrebbe negare l’esistenza di una coscienza di base che faccia considerare parte del popolo lombardo gli abitanti del Comasco e del Varesotto, visto che il 76% dei rispondenti ha espresso la propria volontà di annessione alla Svizzera.
Il referendum avrebbe dovuto essere sepolto da una grassa risata, invece no, tutti lì a sragionare intorno alla proposta di un Giurassico (un parlamentare del Cantone Giura) che vorrebbe coronare il sogno, più che millenario, di un’avanzata della germanizzazione verso Sud.
Anche se la situazione politica nazionale attraversa un periodo di grande difficoltà, con strascichi locali aggravati dalla naturale e stupida vocazione alla litigiosità, ciò non giustifica il prevalere di una mentalità autolesionistica del tipo ben noto in Lombardia: “Franza o Spagna, purché se magna”.
La questione è molto seria. La storia è piena di gente e popoli avidi, pronti a egemonizzare territori appetibili sotto il profilo economico.
A mettere le mani sulla Lombardia ci hanno provato in molti dal Sacro Romano Impero in poi: francesi, svizzeri, spagnoli, austriaci e tedeschi.
É bene ricordare a chi si è espresso per l’annessione, senza conoscere il proprio passato, che l’ultimo attacco andato a segno contro la Lombardia fu compiuto nei confronti delle terre che oggi chiamiamo Cantone Ticino.
I fatti accaddero nel lontano 1478 e fu opera di una Savoia, più esattamente Bona di Savoia, moglie del duca milanese Galeazzo Maria Sforza (assassinato il 26 dicembre 1478 nella chiesa di Santo Stefano a Milano). La suddetta Bona, reggente del Ducato di Milano a causa della minore età del figlio, cedette alle pressioni dei Cantoni Sovrani svizzeri e firmò un documento di cessione della Valle Leventina alla Confederazione elvetica. La questione si trascinava già da oltre un secolo e i duchi milanesi che precedettero l’azione “disgraziata” di Bona di Savoia si guardarono bene dal riconoscere quel credito “fantasma” di duemila fiorini ai confederati; essi li reclamavano minacciando e occupando in più occasioni la città di Bellinzona.
Il colpo di grazia alla divisione del Ducato di Milano fu dato dal re francese Francesco I il quale, avendo sconfitto il potente esercito svizzero a Marignano (1515 – gli svizzeri, guidati dal cardinale Schiner, esercitarono per oltre un decennio la loro egemonia sulle terre del Ducato di Milano), ma avendo bisogno degli svizzeri da usare come mercenari – il loro lavoro preferito -, nel 1516 firmò la cosiddetta “Pace di Friburgo”. Con essa concesse agli svizzeri le città di Locarno, Lugano e Bellinzona e territori contigui.
Il territorio del primitivo Cantone Ticino fu suddiviso in otto baliaggi il cui governo fu affidato a dei signori chiamati Landamani (originari dei Cantoni Sovrani svizzeri) i quali si compravano il titolo di Governatore di uno dei baliaggi ticinesi partecipando ad un’asta pubblica che veniva aggiudicata a chi versava più denari alle casse della Confederazione svizzera.
I signori Landamani non scherzavano e si comportavano da veri padroni nei confronti dei loro sudditi, con diritto di vita e di morte, come accadde, ad esempio, nella Valle Leventina: nel maggio 1755 furono giustiziati 13 poveri leventinesi per avere disobbedito al padrone “oltramontano”. Fu un vero massacro, una decimazione che molto ricorda le atrocità naziste compiute nel corso della seconda guerra mondiale. Lo storico ticinese Eligio Pometta (autore nel 1941 della «Storia del Cantone Ticino») fu anche rappresentante del Cantone Ticino in seno al Parlamento svizzero e a commento di quel periodo scrisse che i Landamani «…non lasciarono neppure i sassi sui sentieri del cantone Ticino…».
Il dominio dei Landamani durò fino al 1798, poi arrivò Napoleone Bonaparte che obbligò gli svizzeri a pacificare i loro animi turbolenti imponendogli la formazione dello Stato Svizzero così come oggi lo conosciamo, ma con il Cantone Ticino riconosciuto alla pari degli altri Cantoni, almeno sulla carta. Era il 19 febbraio 1803.
Anche se nella prima metà dell’Ottocento la Lombardia era occupata dagli austriaci, i ticinesi hanno sempre guardato al popolo lombardo, a Milano, come a un fratello maggiore o un genitore capace di proteggerli in caso di pressioni politiche e culturali operate dai Cantoni oltramontani. Basta leggere cosa accadde in periodo risorgimentale e in quante occasioni si manifestò l’aiuto reciproco tra i ticinesi e i lombardi (si guardi a Vincenzo Vela, Stefano Franscini, Carlo Cattaneo).
Purtroppo lo “sfondamento” della trincea naturale delle Alpi avvenne con il traforo del Sangottardo (1882), con la linea ferroviaria che collegava la Lombardia e il Cantone Ticino all’Europa centrale. Da quel momento iniziò la massiva occupazione dei germanofoni i quali compravano le terre del Ticino per pochi soldi avendo gioco facile a causa della situazione di grande miseria in cui vivevano i ticinesi.
Quale reazione alla vergognosa compravendita dei terreni e proprietà per mano di famiglie dei cantoni di lingua tedesca della Svizzera (che mettevano sul lastrico intere famiglie ticinesi costrette a vivere di stenti o addirittura occupando i miseri poderi degli emigranti italiani che a loro volta erano costretti a emigrare all’estero) si ebbero rigurgiti filoitaliani con il movimento “L’Adula”, esauritosi una volta divenuto strumento del regime fascista italiano.
Poi arrivò la fine della seconda guerra mondiale e un decennio dopo il Ticino divenne il forziere dei capitali italiani in fuga: la miseria allentò la sua morsa e tutti tacquero in riconoscenza della diffusione del benessere.
Il quadro finale della germanizzazione del Ticino lo abbiamo sotto i nostri occhi. I ticinesi non sono rispettati come dovrebbero nell’ambito della Confederazione (disparità di trattamento nell’assegnazione dei posti di lavoro pubblico, servizi, ecc.) e la lingua italiana neppure rientra fra quelle ufficiali (tedesco e francese) della Confederazione svizzera. Gli studenti ticinesi oltre a essere obbligati a studiare tedesco, francese, inglese possono anche (bontà dei Cantoni oltramontani) studiare qualche nozione della lingua italiana, della storia e delle tradizioni del Cantone Ticino.
Per capire meglio il disagio dei ticinesi basta chiedere al signor Giuliano Bignasca del perché parla di una “Padania” svizzera.
L’annessione alla Svizzera sarebbe per il Comasco e il Varesotto un atto storico di immensa stupidità: una parte della realtà di un gigante dell’economia e della finanza quale è la Lombardia verrebbe sottoposta alla volontà dei nani (gnomi) di Zurigo e Berna facendoci precipitare, ancora una volta, nel Giurassico della storia.
Annessione alla Svizzera? “Nein, danke”!
Giuseppe Salvioni*
*Autore di diversi libri di storia tra cui:
"Il Canton Ticino, storia di una terra contesa" (2003, edizioni Fontana – Lugano)
"Le guardie del papa" (2006, Stillgrafix – Cernobbio).
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