“Se la Canalis fa l’interprete, io voglio fare la soubrette”

Colloquio con Paolo Noseda, uno dei più famosi interpreti italiani, piccola star di "Chetempochefa" ed ex professore di simultanea a Varese. Che ha molto da dire su quella tremenda intervista con De Niro

Paolo Maria Noseda«Sto già cercando il suo vestito lungo con gli strass e delle platform tacco 12 per presentarmi così a Chetempochefa. Tanto, se una soubrette a Sanremo fa il mio mestiere, perchè mai non dovrei vestirmi io da soubrette?»

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Meno male che Paolo Maria Noseda prende sul ridere la vicenda di Elisabetta Canalis “interprete” a Sanremo. Anche se ne avrebbe di che arrabbiarsi, e molto: lui è uno dei migliori e più famosi interpreti d’Italia, a suo modo star della trasmissione di Fabio Fazio. Anche se tutti conoscono solo la sua voce, che resta impressa non solo per la grandezza dei personaggi coinvolti, ma anche per le traduzioni tempestive e particolareggiate.

Molti studenti lo ricordano anche a Varese: è stato professore all’istituto superiore per Interpreti e Traduttori, dalla metà degli anni ‘90 ai primi anni del 2000, di “Consecutiva e simultanea inglese” quando già era l’interprete di Naomi Campbell, Gorbaciov e le star della notte degli Oscar. Ed è proprio a lui, che ha un blog seguitissimo e una pagina fan su Facebook (che cura personalmente, tra l’altro) che chiediamo di commentare la performance della ex velina ed attuale fidanzata di George Clooney.

«Non ho alcuna intenzione di fare moralismi. E’ una splendida ragazza, è stata dotata da Dio: potrebbe fare la modella ed essere ben contenta così. Ma perchè mai dovrebbe cercare di fare il mio mestiere? Io ho lavorato con De Niro (tra l’altro, due giorni dopo la “performance” della Canalis, ndr, proprio a Chetempochefa – vedi video): è un signore intelligente, attento, ma che soprattutto conosce l’italiano. Quindi lui capiva quello che lei diceva, e secondo me l’avrebbe pure strozzata: perché si rendeva conto che la signora non stava traducendo le sue parole. Casi come questi sono la rovina della professione: al festival di Sanremo c’è una audience gigantesca, lì ci sono anche i nostri potenziali datori di lavoro, sentire un “collega” non all’altezza porta a pensare all’inutilità dell’interprete».

(il video dell’intervista a De Niro della Canalis)

Come nel disgraziato caso di “gentrification“, quella parola che Eli non è stata in grado di tradurre beccandosi la “bacchettata” di Gianni Morandi:  «Quella che aveva a che fare con la  gentrification riguardava  una delle poche domande carine che gli erano state fatte, con una risposta intelligente che è andata completamente persa, perché “l’interprete” non ha saputo tradurla. E’ così che si perde la possibilità di capire appieno un personaggio. L’intervista è un grande mezzo di farsi conoscere appieno dal pubblico e nello stesso tempo per il pubblico è un’occasione per farsi un’idea più completa di una persona famosa. Questo genere di personaggi, stellari, va a Sanremo perché in una sola serata lo vede più pubblico che in altre cinque comparsate altrove: ma se in quell’unica serata sono veicolati male, tutto si ritorce loro contro. Per poterlo rendere con correttezza ci vuole tempo, e lavoro».

Noseda, per l’intervista che Fazio ha realizzato due giorni dopo, ha lavorato molto di più: «Io di solito per una intervista di 20 minuti mi preparo per un paio di giorni: leggo il libro, guardo il film e mi preparo sulle biografie, anche grazie a un ottimo lavoro della redazione per approntare la scheda. Nel caso di De Niro, per esempio, c’erano una cinquantina di pagine. Gli interpreti non sono strapagati, ma semplicemente pagati in proporzione al lavoro che fanno per prepararsi».

Il video dell’intervista di Fabio Fazio a De Niro, con traduzione di Paolo Noseda

Per Ely, la situazione era decisamente diversa: «La cosa che scandalizza di più, di quella intervista, è che non si vedeva alcun tipo di preparazione: nemmeno la traduzione delle domande era stata fatta per tempo. Questo è spregio nei confronti del pubblico. E non si può nemmeno dire che fosse abbandonata a se stessa: a Sanremo c’era la mia collega Olga Fernando, bravissima e famosissima, a cui poteva chiedere almeno le basi della traduzione: non si trattava di lavorare per giorni, ma di un paio d’ore per preparare insieme le domande o alcune piccole “dritte” pratiche». Una situazione che per Noseda è figlia di un «Pensare di potersela cavare da soli, di saper fare tutto, che si sta diffondendo a tutti i livelli, e che è falsa. La professionalità esiste ed è frutto di studio e di allenamento».

Una professionalità che sembra sempre meno richiesta, a vedere l’altro “fattaccio” avvenuto in settimana oltre all’intervista De Niro – Canalis: «Anche la traduzione del discorso di Mubarak  fatta recentemente da Sky TG24, un tg autorevole, apprezzato e visto da tutta l’Italia è stata palesemente inesistente. Certamente affrontata da un incosciente che ha accettato di farla senza avere gli strumenti sufficienti per procedere: ma la responsabilità è anche e soprattutto della catena televisiva che dovrebbe sincerarsi, prima di utilizzare un interprete, che questo ne abbia i requisiti. E non è una questione di difficoltà della lingua: a Roma ci sono diversi traduttori dall’italiano all’arabo egregi. Ma hanno un costo, che non è stato affrontato – spiega Noseda, che tra i personaggi che ha tradotto annovera anche Shimon Perez e la regina Rania di Giordania –  Di più: una volta che si sono accorti di aver fatto un errore, non hanno avuto nemmeno la decenza di correggere la simultanea con una traduzione fatta a posteriori. Ancora ora, sul sito di Sky c’è quella terribile simultanea. Per protestare, ho dovuto tribolare alla ricerca dell’indirizzo email del communication manager del canale, da cui sto ancora aspettando risposta. Così, ho pubblicato sulla mia pagina quell’indirizzo, invitando chi mi seguiva a mandare lettere di protesta».

di stefania.radman@varesenews.it
Pubblicato il 27 febbraio 2011
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