“Mio nonno, il sindaco che ricostruì Milano”

Antonio Greppi, avvocato partigiano fu il primo sindaco del capoluogo dopo la Liberazione. La nipote Bianca Dal Molin ha ricostruito e pubblicato la sua autobiografia

Quella di Casa Greppi è una storia da romanzo. La storia di una famiglia che, non solo ha vissuto tutti gli eventi dell’ultimo secolo, ma ne ha in parte segnato il destino. Ne è protagonista, non unico, Antonio Greppi nato ad Angera il 26 giugno 1894. Partigiano, socialista, avvocato e scrittore per primo ricoprì la carica di sindaco nella Milano del Dopoguerra. Un incarico delicato e cruciale, quello della ricostruzione.
La sua esperienza pubblica e privata è oggi raccontata nell’autobiografia “Dieci vite in una sola” (L’Orintorinco Edizioni), scritta dallo stesso Greppi e dalla nipote Bianca Dal Molin che con pazienza ha ricucito, contestualizzandoli, gli scritti, le lettere e le fotografie custoditi per anni nei cassetti della casa di famiglia. Le generazioni – scriveva Antonio Greppi – sono legate da un vincolo di responsabilità e si passano la consegna. La consegna, in questo caso è stata quella di testimoniare.

Galleria fotografica

La Milano di Antonio Greppi 4 di 14

Bianca, come è avvenuto il ritrovamento dell’autobiografia di suo nonno?
«Nel 2009 ho iniziato a lavorare agli archivi di famiglia. Nei cassetti c’erano decine di documenti: testi sulla Milano da ricostruire, altri più antichi, numeri, immagini e poi lettere, soprattutto lettere. Ho sempre amato la ricerca d’archivio e in questa casa sentivo il profumo dei ricordi. Tra gli scritti ritrovati nella scrivania dello studio mi sono imbattuta nel testo di “Dieci vite in una sola – Ottant’anni di storia italiana”. Era l’autobiografia di mio nonno scritta nel dicembre del 1981, un anno prima di morire. Racchiusa tra un Preludio e un Motto epigrafico c’era la sua storia: dalla “Vita dell’Infanzia alla “Vita Parlamentare”. I capitoli erano da riordinare e ne mancava uno, quello della “Vita familiare”. Penso che per mio nonno sia stato quello più difficile da affrontare. All’inizio volevo lasciare uno spazio bianco rispettando il suo silenzio, ma alla fine mi sono convinta a narrare io quelle pagine, sapendo che erano le più sofferte».

Le dieci vite raccontate in questo libro si intrecciano con molte altre. Come quella del nonno materno di Antonio Greppi che fu “Uno dei mille di Garibaldi”.
«Sì a Giuseppe Rebuschini è dedicato il Preludio. Fu lui, nel 1872, a decidere di trasferirsi con la famiglia da Dongo al Lago Maggiore, complice l’amicizia con Giulio Adamoli di Besozzo, conosciuto durante la spedizione. Lo spostamento favorì l’incontro ad Angera tra sua figlia Maddalena e Ulisse Greppi, i genitori di mio nonno. Sempre ad Angera, dove viveva, a sua volta mio nonno incontrò Bianca Mazzoni, mia nonna, che sposò il 12 ottobre 1917 contro il parere di tutta la famiglia Mazzoni. Erano gli anni della Prima Guerra Mondiale e lei lo seguì sul fronte di Spresiano dove rimase fino a Caporetto per poi tornare a Milano».

Un intero capitolo è dedicato alla guerra, alle giornate sul Carso dove suo nonno rischiò di morire. Ma anche il successivo, quello che racconta la “Vita politica”, si intreccia con la guerra, piaga che la sua famiglia pagò a carissimo prezzo.
«Con il fascismo iniziarono i drammi per la mia famiglia. Mio nonno si era avvicinato al socialismo da giovanissimo, anche grazie a sua zia, Sofia Rebuschini, donna decisamente moderna e di grande sapere. Fu una delle prime italiane laureate in filosofia… Nel salotto di sua zia iniziò a confrontarsi con politici e intellettuali. In quegli anni incontrò Turati, Anna Kuliscioff e Don Primo Mazzolari che segnò la sua formazione. Grazie a Don Primo mio nonno abbracciò la tesi sulla possibile convivenza tra cristianesimo e socialismo. La passione per la politica lo portò poi a candidarsi nel 1920 alle elezioni di Angera. Fu eletto sindaco mentre a Milano divenne direttore del giornale “Libertà” su nomina di Giacomo Matteotti. Si divideva tra il capoluogo e il lago, dove era stato ribattezzato “Sindaco della Domenica”. Ma come dicevo, il fascismo complicò tutto. Come molti altri antifascisti milanesi mio nonno finì a San Vittore per otto mesi nel 1938 e poi per alcuni giorni nel ’40, dopo la dichiarazione di guerra. Dopo il ’43, con il ritorno di Mussolini, fu costretto a fuggire in Svizzera, dopo aver affidato la famiglia all’amico Antonio Ghiringhelli. Fu lì che venne a sapere della morte di suo figlio Mario».

Cosa accadde in quei giorni?
«La morte di mio zio è un punto di rottura nel nostro passato. Nel libro ho pubblicato la lettera con cui mia nonna Bianca ha dato la notizia al nonno. È una pagina indelebile della nostra storia. Mario era un giovanissimo partigiano, fu ucciso a Milano dai fascisti a soli 24 anni. Di quel fatto per molti anni non se ne parlò più, era fonte di troppo dolore. Solo di recente una persona, testimone oculare dei fatti, mi ha raccontato esattamente quello che gli è accaduto… Nel 1944 fu catturato dai fascisti in piazza Piola, mentre stava consegnando dei documenti. Lo interrogarono e cercarono di usarlo come “esca” per catturare i suoi compagni. Lo portarono, per questo fine, in piazzale Baracca dove tentò la fuga cercando di salire su un tram. Ma non fece in tempo. Fu raggiunto dai proiettili e morì due giorni dopo a causa di una complicanza».

Fu dopo la Liberazione che suo nonno fu eletto sindaco di Milano. Come affrontò quell’incarico?
«Milano era distrutta. E lui si buttò con tutto l’entusiasmo e la forza che possedeva in quella nuova avventura: c’era una città da ricostruire, c’erano poche risorse e bisognava contenere la rabbia. Erano anni difficili, la guerra era appena finita. Fu un deciso oppositore della vendetta privata e si mise a lavorare duramente. Per lui non c’erano domeniche, ogni giorno richiedeva impegno. Non era in gioco solo la ricostruzione fisica della città ma anche quella morale. C’è un discorso molto profondo, che ha tenuto di fronte ai cittadini dopo essere stato eletto, che più di ogni altro dà l’idea della sua capacità di dare speranza e esempio. Molti lo hanno preso a prestito. Poco tempo fa anche Claudio Bisio l’ha interpretato».

Dai testi che ha raccolto emergono i grandi amori di suo nonno, sua moglie Bianca e il teatro.
«Sì, mia nonna è stata una figura centrale in tutta la sua vita. Era una donna forte e coraggiosa che tutti abbiamo amato. Dalle sue lettere emerge il sentimento incondizionato per un marito così particolare ma anche il coraggio e la forza non comune che la hanno sempre contraddistinta. Il teatro, come la parola in generale (Greppi era anche avvocato, ndr), era poi la grande passione del nonno. Ha scritto molte commedie e si è impegnato per far ripartire Milano proprio dalla cultura. Fece in modo che la Scala, distrutta dai bombardamenti, tornasse in funzione in meno di un anno e si impegnò in prima persona per porre le basi per la realizzazione del Piccolo Teatro. La politica era la sua passione, il teatro era il suo sogno».

Il discorso di Antonio Greppi, letto da Claudio Bisio:

Claudio Bisio legge il discorso di Antonio Greppi di silviasalamon

di
Pubblicato il 04 giugno 2013
Leggi i commenti

Galleria fotografica

La Milano di Antonio Greppi 4 di 14

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

Segnala Errore