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Alyson Clayman, regista di ‘The Brink’, è a Milano per presentare il suo film, su Steve Bannon, guru della destra sovranista, che uscirà in Italia il 29 aprile

Generico 2018

«Ho cercato di mostrare Bannon nella vita di tutti i giorni, dietro le quinte. È molto autoironico, non si prende sul serio; ma le cose che dice le pensa veramente». Alyson Clayman è stata ospite della Fondazione Feltrinelli a Milano per la proiezione del suo film su Steve Bannon. Lo stratega di Donald Trump, secondo alcuni uno dei fautori principali della scalata del tycoon alla Casa Bianca, in questi mesi è in Europa per cercare di creare un’unione tra i partiti nazionalisti del continente: la cosiddetta internazionale sovranista.

‘The Brink- sull’orlo dell’abisso’ arriverà nelle sale italiane il 29 aprile; la Fondazione Feltrinelli l’ha potuto proiettare in anteprima.

Insieme a Jessica Shearer, membro di Social Changes, e al giornalista Gad Lerner, Klayman ha raccontato il making del film: «Ho potuto girare il film perché la mia director lo conosceva. All’inizio non aveva accettato – siamo entrambe fortemente democratiche, antirazziste, io in più sono ebrea. Dopo un po’ di tentennamento ha accettato. Il patto, devo dire, è stato franco fin da subito. ‘It’s gonna be fair’, ‘saremo leali’, ci siamo detti all’inizio, considerate le diversità di vedute che avevamo. La mia strategia, durante tutti i 13 mesi in cui l’ho seguito in giro per l’America e l’Europa, è stata quella di sopravvalutarlo, e di far sì che lui mi sottovalutasse. Ho cercato, così facendo, di raccogliere più informazioni possibili».

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«Quello che mi sorprende di Bannon, vedendo il documentario – afferma Gad Lerner – è la naturalezza con cui dice certe cose, come ‘sconfiggeremo il partito di Davos (il Partito Democratico americano, ndr)’; o come quando definisce se stesso e chi vota Trump come ‘gli emarginati, gli esclusi’. Detto da uno che è stato vice-presidente di Goldman Sachs fa abbastanza ridere».

«Bannon però ci sa fare, senza dubbio», ribatte Klayman. «È un ex venditore e si vede. Capisce al volo il suo interlocutore e sa comunicare in maniera molto efficace. È stato lui il principale artefice della campagna elettorale di Trump. Oltre ad averlo fatto iscrivere a Twitter, e ad aver fatto in modo di portare il muro con il Messico al centro del dibattito pubblico, la sua influenza su Trump è evidente anche nell’impostazione: Trump non si nasconde, dice le cose chiaramente. A volte sembra che non rifletta sulle conseguenze delle sue parole, ma non è così. Il suo obiettivo, che persegue efficacemente, è mantenere l’autenticità. E per questo deve molto a Bannon».

Il documentario non racconta la pazza campagna elettorale che ha portato l’outsider Trump a vincere le elezioni contro Hillary Clinton. Inizia più avanti, dai concitati giorni in cui Bannon viene cacciato dalla Casa Bianca, in uno dei tantissimi licenziamenti via Twitter di ‘The Donald’. «Ho odiato ogni singolo momento lì dentro», dice Bannon sul suo impiego da capo stratega nello staff del presidente. Molti hanno attribuito questa improvvisa scissione tra i due ai malumori della figlia Ivanka, con cui, come si vede nel film, i rapporti non sono mai stati idilliaci.

Gad Lerner, quindi, chiede se questo film e, in generale, questa attenzione mediatica non facciano proprio il gioco dei cosiddetti sovranisti. Lui infatti è stato spesso accusato di contribuire al successo di partiti come la Lega e Fratelli d’Italia, pur avendo posizioni politiche opposte: «Io rifiuto sempre quest’idea, fortemente. Io provo orrore per certe posizioni della Lega di Salvini e per il partito della Meloni. Lei cosa ne pensa?». Klayman ribatte: «Non penso che il mio film contribuisca alla fama di Steve Bannon. Ho sempre fatto in modo che non dominasse la scena, come riesce a fare su altri media come la tv o i social network. Nel film lo riprendo spesso in compagnia di miliardari, sull’elicottero, durante cene; non parla quasi mai di equità sociale, e neanche di economia. L’unica cosa su cui si concentra è come catturare voti, oltre all’immigrazione. Questo è per lui la politica».

Bannon, tuttavia, sembra essersi un po’ spento in Europa. Molti, tra cui Salvini, sembrano aver preso le distanze. E molti si domandano se non sia un bluff. «Guai a definirlo morto», ammonisce la regista, perché «il più grande trucco del diavolo è convincerci che non esista».

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Pubblicato il 14 Aprile 2019
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