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“Cellulari, un drone e l’energia solare, così abbiamo girato il nostro film in Val Grande”

Il regista Emanuela Caruso racconta il lavoro dietro le quinte di "A riveder le stelle", docufilm in uscita a marzo dedicato alla grande domanda di oggi: perché non stiamo facendo nulla per salvare il pianeta?

a riveder le stelle

Un film a impatto zero girato con due telefonini e un piccolo drone alimentanti a energia solare, nell’area wilderness più vasta d’Europa, la Val Grande. Passa anche dalla forma e non solo dalla sostanza, il messaggio di “A riveder le stelle“, film documentario girato negli scenari selvaggi della Val Grande, a poca distanza dal Lago Maggiore e che uscirà nelle sale il 5 marzo.

Perché non stiamo facendo nulla per invertire la marcia sul clima? È la domanda a cui cerca di trovare risposta, con questo docufilm, il giovane regista di Alba, Emanuele Caruso, già autore di lavori interessanti come “La terra buona” (2018, acquistato da Amazon Prime, Hbo, distributori cinesi e svizzeri).

Quello della vita sostenibile è un tema che ricorre nei lavori dell’autore albese insieme alla ricerca di un linguaggio efficace e contemporaneo in grado di raggiungere anche le generazioni dei più giovani. La scelta di usare dispositivi smart è venuta di conseguenza, un po’ per coerenza e un po’ per necessità: «In Val Grande era impensabile poter girare con telecamere e attrezzature convenzionali – racconta Caruso -. Abbiamo lavorato perciò con una troupe ridotta al minimo ed effettuato le riprese con due cellulari alimentati a energia solare e un piccolo drone per le riprese dall’alto (il documentario è in 4k con 2 iPhone di ultima generazione, stabilizzati con un Gimbal e con un Drone Mavic Pro 2, ndr). La resa comunque è stata ottima e rispecchia molto anche gli stili video del mondo social».

La selvaggia Val Grande location di “A riveder le stelle”

Con Caruso hanno attraversato il parco nazionale i protagonisti del film: una “compagnia” composta da sei persone, tra loro perfetti sconosciuti, tra cui due grandi attori del cinema italiano, Maya Sansa (La meglio gioventù, L’amore ritrovato,…) e Giuseppe Cederna (Mediterraneo, Marrakech Express, …) Franco Berrino, medico e studioso e per molti una figura di riferimento nel campo dell’alimentazione sana e degli stili di vita sostenibili. Accanto a loro anche alcune persone “comuni”, un uomo disoccupato, una piccola imprenditrice e un giovane che aveva da poco lasciato il lavoro.

«Il documentario racconta il viaggio a piedi di queste persone attraverso i territori della Val Grande – spiega il regista -. Con una sola premessa, lasciare tutto a casa, compreso il cellulare che tanto in quei luoghi non funziona. Un cammino di sette giorni, dormendo nei bivacchi e staccando la spina dalla società, per interrogarsi sulla domanda di fondo del film: “Perché non cerchiamo di fare abbastanza per il clima?”».

Emanuele Caruso

Passo dopo passo, tra i sentieri della valle e sotto lo sguardo delle montagne, lontano dalla quotidianità, i protagonisti di questa esperienza si sono interrogati sul contributo individuale alla questione ambientale, lontano dai forum internazionali della politica ma anche dalle piazze dei più giovani che pur sollevano la richiesta di aiuto della Terra. «Un fumatore sa bene che il fumo fa male eppure continua a fumare, riguardo al clima stiamo facendo lo stesso – prosegue l’autore -. Siamo bombardati da dati, grafici e studi che prevedono drammatiche conseguenze per il nostro pianeta eppure non agiamo concretamente. Per questo ho cercato un modo diverso per raccontare il rischio che stiamo correndo».

A dar un contributo ancor più profondo è stata la scelta di coinvolgere anche uno scienziato come Franco Berrino: «Lo seguivo da una vita – rivela il regista -. Ci siamo incontrati per “La terra buona” e il suo è stato un contributo incredibile al documentario». «Per me – ha detto il medico parlando di questa esperienza – il viaggio è a piedi. Meglio se in salita, in montagna, dove la fatica e il ritmo pacificano la mente. Amo accompagnare il ritmo del cammino recitando mentalmente un mantra, una sillaba ad ogni passo: RaMa DaSa SaSe SoHam, io sono questo, sono uno con l’infinito. Condividere la fatica del camminare rivela e consolida amicizie, come quelle nate in quei giorni con gli altri protagonisti della compagnia: Chiara, Corrado, Emanuele, Giuseppe, Lorenzo, Maya, Stefania, Valter»

«Abbiamo camminato connettendoci con la natura e tra di noi – ha raccontato Giuseppe Cederna – lo abbiamo fatto con una grande umiltà, creando un vero laboratorio di apertura verso il mondo, dove ognuno di noi si è raccontato e si è messo continuamente in gioco. Dell’esperienza vissuta in questo Parco, realmente selvaggio, mi resterà per sempre impressa l’accoglienza e la grande generosità delle Guardie Forestali e il rapporto con la natura che ognuno di noi si è impegnato a riscoprire. Nel corso dei sette giorni della passeggiata abbiamo creato dei veri e propri ritratti umani, guardandoci dentro e imparando a convivere con persone sconosciute e diverse da noi».

La compagnia ha camminato per 7 giorni, percorrendo 36 km e affrontando un dislivello di 5.000 metri. Alla fine la risposta è arrivata, assicurano i protagonisti, ed è racchiusa nel sottotitolo: “Il clima siamo noi“.

di mariacarla.cebrelli@varesenews.it
Pubblicato il 16 gennaio 2020
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