Come compie gli anni un’infermiera

Auguri Cianci. A lei una lunga lettera che parla della vita di una infermiera, mamma, al tempo del coronavirus

Generico 2018

Spegne la sveglia con un gesto automatico, si mette a sedere sul materasso e infila le ciabatte ai piedi.  I capelli tutti stropicciati quando affonda le mani sul volto e sbadiglia. Dietro il sipario un mezzo sorriso, ironico e assonnato.

“Buon compleanno a me”, si dice nella testa tirando un sospiro. La trova,  Dio sa come, ma la trova la forza di alzarsi. In cucina beve il caffè quasi senza accorgersene, come quando si guida pensando ad altro e piedi e mani danzano su pedali e volante in modalità pilota automatico. Guarda fuori dalla finestra, la casa dei suoi genitori. È sempre là, custodita con cura, la cosa più preziosa che ha. Ma non c’è tempo per dar spazio al magone, così infila la giacca e scende le scale con le chiavi della macchina che tintinnano in borsa.

Una volta posteggiato si guarda nello specchietto sopra il volante. Quelle dannate – ma mai come di questi giorni benedette – mascherine e cuffiette le hanno lasciato un segno rosso sotto l’attaccatura dei capelli che a fine turno prude come se cento zanzare l’avessero punta in fila indiana sopra la fronte. Lei, come tutti i suoi colleghi dell’ospedale, quella guerra iniziano ad averla tatuata in faccia. I dispositivi di protezione indossati tutte quelle ore lasciano solchi sulle guance, le dita delle mani cotte e un odore di sudore sotto il camice che, una volta terminato il turno, l’unico pensiero è correre sotto la doccia. A levare via il sudore, la tensione, i pensieri, la stanchezza, gli sguardi dei pazienti pieni di angoscia, malattia. Sguardi di vite che scivolano via, altri che si aggrappano coi denti e le unghie alla speranza e al desiderio di farcela. Si infila la mascherina e scende dalla macchina.

Sale le scale guardandosi le punte dei piedi alternarsi sugli scalini e arriva al reparto. “Ok, andiamo”. Sospira, aprendo il portellone. Una volta in spogliatoio appoggia la borsa nell’armadietto e getta un ultimo sguardo al telefono. Scrive a suo marito di ricordarsi di tirare fuori il pollo dal freezer per il pranzo del giorno dopo e blocca lo schermo. E la guarda. Due occhietti vispi e neri, un sorriso coperto dalla manina appoggiata sul viso e le spallucce alzate come a dire “ops!” con la consapevolezza di aver combinato una marachella perdonabile. È sua figlia di tre anni e sono già due settimane che non la abbraccia. È lei il suo pensiero più grande in questi giorni. Lei che non ha scelto di essere figlia di un’infermiera ai tempi del Coronavirus, lei che è troppo piccola per capire e per non provare nostalgia. Lei che sarà un giorno orgogliosa della sua “mamma super eroe“ che ai tempi del virus cattivo andava ogni giorno a fare il suo dovere in prima linea, mentre il paese era bloccato, la gente chiusa in casa e lei dai nonni per un mese.

Rimette il telefono in borsa e chiude l’armadietto, mentre pensieri e ragionamenti – i soliti – si susseguono dietro i gesti abitudinari dell’infilarsi il camice, i guanti, il sopracamice, le scarpe. “Sarà arrabbiata? Mi manca. Se ne ricorderà da grande? Mia mamma le avrà dato le vitamine in questi giorni? Devo ricordarmi di portarle il sacchetto coi vestiti più leggeri per uscire in giardino. Magari la vedrò dalla finestra! però meglio che non mi veda altrimenti poi sta peggio. O no? Mi manca.”

“Ehi, qualcuno invecchia oggi!” dice una voce alle sue spalle, non ha bisogno di voltarsi per sapere di chi si tratta. È la sua collega del mattino, altra eroina in zoccoli bianchi e cartellino appresso al taschino. Altra storia di altri sensi di colpa verso altri familiari, travolti dal destino di avere un parente infermiere nel mezzo della pandemia. “Eh, grazie. Stasera pensavo di uscire a cena con mio marito e poi andare a ballare..”, scherza. L’altra ride scuotendo la testa come a dire “davvero…”.

Mentre esce portandosi dietro l’urinocultura del paziente “44b” si dice che lei mica l’aveva mai pensato, di trovarsi in una situazione così. Che quando era agli inizi l’idea di compiere una missione, di avere un che di eroico, le era sempre piaciuto. Nei sogni però non si fanno i conti con tutto quello che resta fuori, il costo si paga a giochi fatti e spesso ricade su chi abbiamo accanto. Intanto è arrivata al paziente successivo. Non ha una bella faccia, quasi nessuno nel suo reparto ce l’ha. L’uomo, un signore sulla sessantina vestito in maniera semplice che però comunica grande dignità, tossice violentemente e rivolge loro uno sguardo come a scusarsi. Via tutti i pensieri. Via i suoi genitori, via suo marito, via anche gli occhietti furbi di sua figlia. Nel suo lavoro non c’è spazio nemmeno per loro, e gli errori non sono concessi. Si pensa quando si stimbra, si piange guidando mentre si torna a casa, ci si sfoga la sera prima di dormire. Al lavoro si salvano vite e basta.

E noi però pensiamoci, alle loro vite. Quelle di quando tornano a casa. Infermieri che non vedono i figli da giorni e ancora non li abbracceranno per settimane perché hanno scelto di tutelare nonni e genitori dal  lavoro che li porta ogni giorno a recarsi in ospedale, ad un passo dal Mostro invisibile che ha stravolto le nostre – e ancor più le loro – abitudini quotidiane.

E di loro, degli eroi col camice quale che sia il grado, dovremmo ricordarcene soprattutto ad emergenza rientrata. Il loro è un sacrificio che va onorato con uno stipendio adeguato al compito che sono chiamati a svolgere ogni giorno, tutto l’anno. Compito che li porta a dover mettere i nostri cari ricoverati nelle strutture ospedaliere a volte davanti ai loro cari, che in questo periodo di emergenza sanitaria sono spesso costretti a non vedere per mesi. Mesi. Bambini piccoli lontani dalla mamma per settimane.

A loro deve andare l’appoggio di tutta la Nazione. Saremo sempre grati per gli immensi sforzi che stanno facendo in questo periodo. I loro figli studieranno “l’epidemia del 2020” sui libri di scuola e potranno alzare la mano in classe e dire con orgoglio “mia mamma era infermiera quell’anno, per tutelare me e i nonni non ci siamo visti per settimane. La mia mamma è uno di quegli eroi”.

Che questo pensiero possa essere un piccolo regalo già adesso, per chi il compleanno quest’anno lo ha invece festeggiato così. Senza sua figlia e con il segno della mascherina sulla faccia.

Auguri cianci.

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Pubblicato il 25 marzo 2020
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