Ero già in “lockdown”, come si dice all’americana

"Un pieno di fede, speranza e carità a cui l'Italia tutta dovrà aggrapparsi come uno scalatore in parete, qualsiasi cosa ci aspetti da qui in avanti". La lunga riflessione di Stefano

una domenica al mare in liguria

Di questi mesi kafkiani imbarazza alla fine il non avere alcuna esperienza significativa da raccontare, neppure delle ferie fortuite e forzose.

Gli italiani sono stati divisi dalla pandemia fra quelli utili, anzi indispensabili, che aiutavano e curavano e producevano l’essenziale, e tutti gli altri. Io, più che mai, non posso parlare dall’alto di una qualche minima autorità morale.

Quarantacinquenne, inoccupato, vivo coi genitori, coi miei fantasmi, i miei incubi e i miei rimpianti. Ero già in “lockdown”, come si dice all’americana, dai primi di febbraio, una spalla che mi dava dolori acutissimi aveva posto fine anche alla mia “carriera” da mediocre sportivo amatoriale – addio palestra, addio thai boxe, addio anche quel minimo senso che dava aiutare qualche nuovo arrivato a capire un certo ritmo, una certa tecnica, una certa bellezza nell’arte marziale.

Quando il mondo cadde in testa ai lombardi, io sulla testa avevo un solido tetto condominiale. E nella testa tutt’altro, preso com’ero al pc in un compito futile e fine a se stesso, ma che mi assorbiva totalmente le giornate. Oggi, naturalmente, è già passato, come molte manie temporanee.

Il primo dottore a morire in tutta Italia è stato un collega di studio del mio medico di famiglia, nei primi giorni della quarantena: non è stato rassicurante. I morti e il panico montavano ogni sera, a telegiornali e talk show riuniti. La tv mandava, in alternativa, repliche di repliche. I social mostravano lo sforzo improvvisato di chi viveva di vita propria, e brillante, di continuare a viverla anche tra quattro mura. Qui, spallucce e rassegnazione; in ogni caso, noi maschi non siamo stati educati a piangere, anche quando si dovrebbe. Il 16 marzo sono andato un’ultima volta a fare una spesa, con mascherina e guanti: una mazzata, una rivelazione improvvisa. Anch’io, come il tragico Fantozzi, al ventiquattresimo del secondo tempo avevo realizzato. Il traffico quasi inesistente, la coda silenziosa all’ingresso, tanti fantasmi che si evitavano accuratamente. Ne vennero fuori dei versi, fondati su un acrostico più una coda in forma di detto latineggiante.

Corto il respiro

Ossessione nell’aria

Resti di civiltà in gabbia

Ore di silenzio inaudito

Navigate come l’olandese volante

Avvisto muti fantasmi

Vagare per spazi allucinati

I deserti della paura

Ringhiando al prossimo

Un’alba che non arriva

Solitudini male accompagnate

Homo homini virus

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Dato il suo alla letteratura, non sono praticamente più uscito di casa per due mesi: permessi alla mano che di volta in volta stampavo seguendo le ondivaghe linee guida governative, faceva tutto la mia ormai anziana madre, che dovendo occuparsi dei suoi gatti, cosa del tutto consentita, già che c’era provvedeva alle spese.

Rinserrato più ancora che d’abitudine fra queste quattro mura natie al cui riparo si è svolta una percentuale paurosa della mia vita, guardavo fuori molto di rado, solo per scuotere la testa al progressivo ritorno del traffico. Il discorso pubblico mi lasciava abbastanza indifferente. Prima le mitizzazioni, tutti eroi, e gli slogan, andrà tutto bene, preceduti dai vari hastag #milanononsiferma e #bergamoisrunning, che portano migliaia di vite sulla coscienza; poi le metafore belliche, fuori luogo se non per il contesto dello stato di eccezione e di emergenza. I tricolori e i richiami all’italianità mi provocano allergia immediata e violenta, come ogni retorica. Le polemiche sono state inevitabili e feroci. Colpa del governo, colpa della regione. Qui nessuno si salva, ma i dati della Lombardia sono sotto gli occhi di tutti, e la gestione è stata, ad essere molto buoni, rivedibile. Le scelte politiche fatte in anni passati sono state pagate a caro prezzo, non certo da chi ne aveva viceversa beneficiato. Dubito che anche questo servirà a togliere le proverbiali fette di salame ideologiche dagli occhi dei miei conterranei. La crisi economica, di cui appena intuiamo la gravità incombente, si incaricherà presto di incattivire ulteriormente gli animi.

Appena ho potuto farlo con la fine della quarantena, sono uscito a correre, con sollievo e insieme con penosa fatica, tenendo la mascherina al massimo del possibile, stando in centro strada spesso, perchè è il posto più sicuro dai germi altrui, anche se non dalle auto. Ho anche rifatto una spesa, dopo due mesi, provvedendo alle bevande, più pesanti e scomode da trasportare. Ovunque troppa gente, spesso troppo vicina, spesso senza mascherina.

Nessun parente è morto o si è anche solo ammalato. Per ora siamo stati fortunati. Per ora. Almeno cinque o sei le vittime “di secondo grado”: parenti e contatti stretti di amici e conoscenti in giro per mezzo Norditalia. Un paio di amici si sono ammalati ma sono guariti senza ospedalizzazione. La giovane moglie di un amico lavorava in ospedale, precettata in un reparto Covid; il marito al telefono mi raccontava di situazioni lavorative pesanti, di separazioni in casa per ragioni di massima prudenza, di bambini piccoli che chiedevano perchè la mamma non li poteva abbracciare.

Una donna amata e mai dimenticata, ora sola in casa ma ricca di amicizie vere virtualizzate per necessità, mi riferiva da Milano del capoluogo blindato e semideserto, della vita delle insegnanti con le loro lezioni online, stranianti eppure sorprendentemente funzionali; infine, con somma irritazione, delle polemiche sulla gente assembrata ai Navigli. Ho avuto il positivo sollievo di non saperla infelice come temevo, almeno lei abituata una vita sociale intensa.

L’ondata è passata, dunque? Possiamo tirare fuori la testa e respirare a pieni polmoni? Presto per dirlo.

Ho ritrovato la luce dorata del sole, l’aria dolce della primavera, le spighe già alte del grano. Ho sognato, guardandolo nelle storie di Instagram, il mio mare di Liguria, il profumo delle pinete, delle siepi di pitosforo, di glicine, di gelsomini, lo stormire del vento nelle grandi foreste e i panorami sui monti dell’Aveto e della Bormida, del Genovesato e dell’alto Tanaro che ho conosciuto e percorso nei miei giorni meglio spesi. Ho perso, viceversa, qualsiasi illusione che l’esperienza ci renda collettivamente migliori come nazione. Sarà vero per molti, ma non certo per tutti. C’è tanto per cui vivere, e proprio per quel tanto dovremmo ricordare chi non c’è più, riducendo al minimo il rumore di fondo delle nostre frustrazioni. Mi piace ricordare, a proposito di vita e di Liguria, che ieri cadeva il settimo anniversario della scomparsa di don Gallo, che ho avuto l’onore di conoscere. Chi quella sera di primavera era presente alla sua ultima uscita pubblica, proprio qui a Busto, ricorderà di averlo visto andar via con un groppo in gola. Eppure, è gente come lui che al trapassare lascia non un vuoto, ma un pieno di fede, speranza e carità. Tre categorie molto cattoliche, vecchio stampo, ma a cui l’Italia tutta dovrà aggrapparsi come uno scalatore in parete, qualsiasi cosa ci aspetti da qui in avanti.

Stefano D’Adamo, Busto Arsizio

 

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Pubblicato il 26 maggio 2020
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