Il tempo ha una nuova unità di misura

Manuel racconta i tre mesi con il coronavirus. Il lavoro, la famiglia, le attività per impegnare il tempo. E finalmente il passaggio a una dimensione diversa, senza muri e senza diminuitivi

Memoria covid

Il tempo ha perso forma e sostanza. In questi tre mesi è questa la sensazione che mi ha lasciato, e continua a lasciarmi, l’esperienza da lockdown da Coronavirus.

Come gran parte di noi, all’inizio ho affrontato il virus molto alla leggera, pensando che tanto non sarebbe toccato a noi. Ma è stato il pianto delle mie due bambine, quando hanno capito che quel lunedì di febbraio non sarebbero tornate a scuola, che mi ha fatto fare un frontale con la realtà. Da quel momento il tempo non l’ho più misurato con l’orologio o coi pasti della giornata, ma in una corsa continua per cercare di rimanere in piedi su un filo sottilissimo.

Il lavoro a Varesenews non si è mai fermato, con ricerche continue e una visuale molto corta nel tempo, per cercare di capire dove si stava andando, cosa si poteva fare per non lasciare indietro nessuno. Ma anche a casa non è stato differente. Per fortuna non siamo stati toccati dal virus e nemmeno i nostri cari. Abbiamo reagito bene all’isolamento: ci siamo inventati continui giochi o commenti della situazione, ci sono stati tanti libri, tante storie, che hanno aiutato moltissimo ad avere emozioni e visuali diverse. Abbiamo persino costruito un campo di minitennis davanti al garage di casa per imparare a giocare.

Già, il tennis, una delle mie passioni (dopo il cinema, dopo la scrittura). Ero appena diventato istruttore e avevo iniziato ad aiutare nell’associazione dove gioco. Personalmente, era una bella soddisfazione. E poi? A marzo mi sono ritrovato a giocare la sera contro un muro di cemento. Un muro che ti restituisce la pallina quasi alla stessa velocità, con la stessa rotazione, con la stessa traiettoria. Un gioco stupido, senza anima. Più passavano i giorni, più giocavo forte, a tirare con irruenza, rabbia, contro quel muro. Ma quel muro restava sempre lì.

Mia moglie Chiara e le mie bambine hanno imparato a giocare (oltre a riempirmi di dolci fatti in casa). Sono nati veri e propri tornei di minitennis che andavano avanti ore intere. Ma quel muro mi fissava, mi aspettava: quando si rimaneva soli era pronto a rilanciare ogni mio sfogo.

Nel frattempo, tra aggiornamenti continui e lacrime da lasciar andare e da asciugare insieme in famiglia, sono passate le settimane. Abbiamo persino costruito un cinema in casa con un vecchio proiettore e un lenzuolo bianco. E intanto siamo arrivati a fine maggio. Tre mesi. Un tempo che non è più stato scandito dagli orari o dai giorni di lavoro. Come quel muro di cemento, il tempo è passato modificando solo la percezione che abbiamo della sua misurazione.

Il campo da minitennis, che Chiara ha voluto persino battere col filo intriso di colore (professionista!), è ancora lì, con la sua rete di fortuna. Come il muro. Come il virus.

Ieri sera sono andato a giocare su un campo vero. Con un amico che non vedevo da dicembre. Avremmo dovuto giocare un’ora, ma alla fine siamo andati avanti un’ora e mezza senza accorgerci che il buio stava avvolgendo il campo, tra colpi e chiacchiere, incuranti degli errori e del pessimo stile. Il tempo forse era sparito anche per lui. E intorno non c’erano muri.

Domani vado ancora su quel campo, con Chiara e le bambine. Con le giuste paure. Il virus è là fuori, ma ci stiamo creando una nuova normalità. E forse anche il tempo ha una nuova unità di misura. Almeno per me.

Manuel Sgarella, Tradate

 

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Pubblicato il 24 maggio 2020
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