Da Casati a Gentile fino ad oggi: 160 anni di scuola in Italia
Dal ruolo centrale delle donne contro l’analfabetismo alla visione, molto antica, di una scuola del futuro: vivere per apprendere e per conoscere sé stessi
Il manuale di Liguori Editore intitolato “Politiche e riforme della scuola in Italia” (2014) ripercorre bene la storia delle istituzioni scolastiche nel nostro paese a partire dagli ultimi anni precedenti l’Unità, passando attraverso le riforme originariamente pensate per lo stato piemontese, attraverso il Fascismo, il Sessantotto e gli sforzi riformatori di Luigi Berlinguer e della Gelmini.
Gabrio Casati fu un aristocratico milanese che partecipò al processo di unificazione nazionale: come Podestà prese con coraggio le parti dei moti popolari fino alle Cinque Giornate del 1848, presiedendo poi il governo provvisorio della città che creò le condizioni per una prima unificazione regionale. Trasferitosi a Torino, nel 1859-60 fu Ministro dell’Istruzione del Regno elaborando quella legge di disciplina della scuola che porta il suo nome e che rappresenta in parte ancora oggi l’impalcatura educativa del nostro paese. Cuore dell’azione casatiana fu la consapevolezza che nel passato “borghesia e clero hanno considerato un bene sociale l’ignoranza delle masse popolari”. Si pensi infatti che l’iniziativa scolastica primaria ed i relativi costi in epoca preunitaria erano affidate ai Municipi, i quali sovente incompetenti ed inadeguati si affidavano se andava bene (e giustamente) all’opera dei parroci, mentre spesso dovevano accontentarsi dell’azione locale e selettiva dei molti signorotti di paese. La Legge Casati, nata nell’imminente prospettiva di un allargamento del regno, introdusse virtualmente l’obbligo scolastico elementare, articolato in due cicli biennali, organizzò inoltre l’istruzione superiore (classica, tecnica e normale). Sul piano organizzativo essa mise il «governo dell’insegnamento pubblico» nelle mani di un apposito ministero ed istituì la figura del Provveditore provinciale nonché un Consiglio provinciale.
La strada era dunque indicata, ma il percorso fu lungo perché nonostante non fossero lontani gli anni della denuncia da parte di F. Engels della condizione miserevole della classe operaia in Inghilterra, l’analfabetismo in Italia nel 1861 era del 77% contro il 31% presso i sudditi della Regina Vittoria e del 20% in Germania. Il divario venne superato grazie all’opera delle maestre italiane, che erano in forte maggioranza ma in condizione di grande disagio, anche economico, e soprattutto di pregiudizio da parte delle comunità rurali le quali combattevano il fenomeno delle “braccia rubate ai campi”. Molte lavagne e certo i gessetti per scrivere li comprarono di tasca propria.
Nata invece per ragioni molto diverse, e cioè per formare la classe dirigente dell’Italia fascista, la riforma scolastica promossa nel 1923 dal pedagogista siciliano Giovanni Gentile venne anch’essa attuata, complice il regime, in tempi rapidissimi. Con Gentile la scuola elementare fu di 5 anni, ma egli organizzò soprattutto la scuola superiore in forma elitaria, prevedendo anche un’istruzione magistrale e tecnica, puntando però soprattutto sul trinomio media-ginnasio-licei. Per una scuola media unica e per tutti bisognerà invece attendere fino al 1962.
Le prospettive del nuovo millennio, non solo per l’avvento delle nuove tecnologie, ma anche per il nascere di nuove politiche del lavoro, probabilmente non hanno trasformato le necessità educative, ma certamente sì quelle della didattica, la quale è oggi obbligata a confrontarsi con un mondo dell’informazione che è esploso. Gli autori del volume avanzano dunque per questo secolo una proposta tanto moderna quanto antica: educare i giovani a vivere per apprendere e per conoscere se stessi; cosa questa sottilmente molto diversa da un semplice apprendere per vivere.
Scheda: E. Corbi, V. Sarracino, “Politiche e riforme della scuola in Italia”, Liguori Editore, 2014
Didascalia immagine: “Chiusi fuori da Scuola”, Emilio Longoni (1859-1932), Biblioteca Ambrosiana
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