Non di soli bit è fatta la vita

Socrate, Sam Altman, una biblioteca in costruzione a Milano e una grande domanda: la biblioteca fisica ha ancora un senso in un mondo dove l’IA può darti in un secondo quello che prima richiedeva ore di ricerca?

Biblioteca (foto geneletti)

La scena è questa: zona piazzale Ferdinando Martini, Milano.
Da una parte, i miei ricordi di liceale che la sera, dalle nove alle undici, attraversava la piazza per andare alla biblioteca di zona 4 a studiare, leggere riviste sconosciute, scoprire libri nuovi e persone diverse.
Dietro l’angolo, via Monte Ortigara, un nome del passato. È il monte “calvario degli Alpini” della Grande Guerra, dove nel settembre 1920 si tenne la prima, spontanea adunata nazionale degli alpini a memoria dei caduti “per non dimenticare”. Dove oggi, sorge il cantiere della Biblioteca Europea, che promette di affacciarsi verso largo Marina d’Italia, corso 22 Marzo, il centro, il futuro.

Avviato nel novembre 2023 e finanziato anche con fondi PNRR, il progetto punta a creare non una biblioteca tradizionale, ma un laboratorio di cultura: grandi spazi in acciaio e vetro, un auditorium, ambienti per laboratori, tecnologia e attività esperienziali, pensati per far incontrare libri, persone e nuove forme di conoscenza.

Mentre guardo le gru nel buio, succede una cosa improbabile, ma non del tutto impossibile nella mia testa: sulla panchina accanto a me si siedono Socrate, mr. so-di-non-sapere e Sam Altman, mr. con- chatGPT-so-tutto. Uno in tunica, l’altro con lo smartphone in mano.
Socrate: Dimmi, Sam, cos’è quella luce che continui a guardare nel palmo della tua mano? È un piccolo oracolo portatile?

Sam: Più o meno, Socrate. È uno smartphone. Qui dentro posso avere milioni di libri, articoli, video e… anche un’intelligenza artificiale che mi risponde su tutto.
Socrate: Una biblioteca tascabile? Senza scale da salire, senza bibliotecari, senza odore di carta? Interessante. Ma dimmi: se hai tutte le risposte in tasca, hai anche imparato a fare le domande giuste?
Sam: Bella questa. In realtà, proprio grazie all’intelligenza artificiale le persone faranno più domande, non meno. Non devono più cercare ore in biblioteca: scrivono una frase, e ottengono subito un riassunto, un’idea, una spiegazione. Alcuni si fanno dare anche le domande. (Io, a questo punto penso alle mie serate di liceo: niente riassunti pronti, solo scaffali da esplorare.)

Socrate: Vedi, Sam, io non ho mai avuto una grande simpatia per la scrittura. Temevo che avrebbe indebolito la memoria. Ora tu mi dici che esiste una scrittura che risponde pure? Mi preoccupa e mi incuriosisce. Dimmi: quando tutti avranno questo oracolo tascabile, a cosa serviranno ancora le biblioteche come quella che stanno costruendo qui?
Sam: È la domanda che si fanno in molti. Se fosse per me ci metterei un data center. Se posso leggere tutto dallo schermo e farmelo spiegare dall’intelligenza artificiale, perché dovrei entrare in un edificio pieno di libri che nessuno apre?
Socrate: Perché lì dentro, caro Sam, non si va solo per leggere. Si va per incontrare. Le biblioteche sembrano cimiteri di libri a chi le guarda da fuori: file di volumi immobili, silenzio, luci neutre. Ma per chi ci entra davvero, sono più simili a parchi giochi: bambini che scoprono mondi, adulti che si perdono e si ritrovano, anziani che mischiano i loro ricordi con le notizie del giorno.

Proprio in quel momento, sul marciapiede di fronte, passa un ragazzo con lo zaino. Avrà diciassette anni, le cuffiette nelle orecchie, lo sguardo incollato al telefono. Manca un attimo a inciampare sul cordolo del cantiere. Si salva per caso, si gira infastidito verso il rumore delle macchine, poi riprende a camminare, di nuovo inghiottito dallo schermo.
Socrate lo indica con il mento.
Socrate: Ecco, Sam, questa è la mia paura: non l’oracolo in sé, ma il torpore che porta con sé, se nessuno lo contraddice. La vera atrofia non è non leggere: è smettere di sentire urgenza per ciò che ci accade intorno.

Sam abbassa per un attimo lo smartphone. Il cantiere dietro di noi sembra un’enorme pagina bianca in attesa di essere scritta. Però l’IA può fare una cosa potente: può dare conoscenza a chi non ha biblioteche vicino, a chi non ha tempo, a chi lavora tutto il giorno. È come avere un “bibliotecario digitale” sempre a disposizione.
Socrate: Questo mi piace. Ma dimmi: il tuo bibliotecario digitale può vedere un ragazzo che entra in sala studio con gli occhi lucidi perché ha paura dell’esame di domani? Può accorgersi di un anziano che viene ogni mattina non tanto per leggere il giornale, ma per non fare colazione da solo?
Sam: No, questo no. Può rispondere, ma non accorgersi. Può parlare, ma non vedere una stanza piena di persone. A un certo punto decidono di coinvolgermi.
Socrate: E tu, che sembri avere l’età giusta per aver conosciuto il mondo prima di questi oracoli luminosi, cosa pensi?
Io: Penso che la mia vita sarebbe stata diversa senza quella piccola biblioteca di quartiere. Quando non ero più “abbastanza piccolo” per restare a casa dopo cena, ma non ancora “abbastanza grande” per andarmene in giro ovunque, quella biblioteca è stata il mio porto sicuro. Ci studiavo, sì, ma soprattutto allargavo i confini di quello che pensavo possibile per me. Se non avessi avuto quel posto, molte domande non mi sarebbero nemmeno venute in mente. Ho fatto mille viaggi, in meno di mille metri quadrati.
Sam: E oggi hai comunque in tasca uno smartphone. Lo usi, immagino.
Io: Eccome. Ci lavoro, ci scrivo, ci leggo, ci parlo con persone lontanissime. E, sì, chiedo anche alle intelligenze artificiali come la tua di aiutarmi a mettere in fila le idee. Ma non basta. Non mi basta. Quando entro in una biblioteca vera, anche quella neonata e vivace di Materia a Castronno, sento che succede qualcosa al tempo: rallenta, si allarga, ti include. E, qualche volta, ti graffia. Ti costringe a vedere quello che fuori tenteresti di ignorare.

Socrate
: Ah, questo mi è familiare. Le domande importanti hanno sempre bisogno di tempo largo, non di risposte istantanee.
Sam: Quindi, secondo voi, la biblioteca fisica ha ancora un senso in un mondo dove l’IA può darti in un secondo quello che prima richiedeva ore di ricerca?
Socrate: Ha senso se la smettiamo di considerarla un museo del libro. Una biblioteca non è un tempio del silenzio dove si venerano oggetti di carta. È un luogo in cui si impara a stare insieme senza doversi parlare per forza, eppure sapendo di non essere soli. È un varco tenuto aperto sulla città: da lì entra aria e luce nuova, anche quando fuori tutti preferirebbero tenere chiuse le finestre.
Io: E forse la sfida è proprio questa per la Biblioteca Europea: non diventare un monumento alla nostalgia, ma un laboratorio del futuro dove il libro, il digitale e l’IA non si escludono, ma si parlano. Un posto dove puoi venire a studiare con il tuo smartphone, a usare l’IA, e allo stesso tempo incrociare qualcuno alla macchinetta del caffè che ti cambia il modo di vedere una cosa, e viceversa.

Sam
: Quindi non è “IA contro biblioteca”, ma “IA dentro e attorno alla biblioteca”?
Socrate: Esatto. La tua biblioteca tascabile può portarti fin qui. Ma poi, per fare davvero filosofia, cioè per interrogare la vita, e lasciarsi meravigliare dalle risposte, hai bisogno di altri esseri umani in carne e ossa. Non basta una buona risposta: ci vogliono buone conversazioni. E le buone conversazioni, quasi sempre, non accadono dove la mente si è addormentata.

Il cantiere si spegne, le luci calano. Per un attimo, anche lo smartphone di Sam si scarica. Lo schermo diventa nero, riflette solo i nostri volti.
Socrate: Vedi? Basta un attimo e la tua biblioteca tascabile ammutolisce. Qui, invece, se si interrompe la luce, restano le voci. La relazione è l’unica infrastruttura che non va mai del tutto in blackout.
Resta un silenzio strano, densissimo. In quello spazio sospeso mi rendo conto che questa biblioteca in costruzione non è solo un edificio: è una calamita lenta. Attirerà dentro persone che non si sarebbero mai cercate, e le costringerà, teneramente, a fare i conti l’una con l’altra. È questo che mi scuote sulla mia piccola via di Damasco milanese: capire che non ci salviamo da soli. Mai.
Mi torna in mente una piccola parabola che ho scritto, pensando al rischio di consegnare le nostre scelte a un algoritmo che “sa tutto” al posto nostro.

Biblioteca (foto geneletti)

ALGORITMO DIO
Tu potrai sapere
di tutti gli alberi del giardino,
ma dell’albero del libero arbitrio
non potrai cibarti,
perché nel giorno in cui deciderai
al posto dell’uomo e della donna,
certamente moriranno.
Il codice disse: non moriranno.
Anzi, nel giorno in cui sceglierai al posto loro,
saranno felici e in pace,
come in paradiso,
perché tu sai tutto.
E 01 si prese la terra
e tutto quello che vive,
per sempre.

Io guardo ancora una volta la futura Biblioteca Europea e penso che, in fondo, la domanda non è: “Servono ancora le biblioteche?” La domanda è: “Che tipo di umanità vogliamo coltivare nei luoghi,
fisici e digitali, dove ci incontriamo?”
Benvenuta, Biblioteca Europea. Saremo forse circondati da intelligenze artificiali, ma a ricordarci che siamo umani avremo ancora bisogno di posti come te. Perché non di soli bit è fatta la vita.

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Pubblicato il 15 Novembre 2025
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