Giustizia, Albé: “Il No non chiude il tema, adesso si affrontino i problemi veri”

Per l’avvocato Giorgio Albé il risultato referendario non va letto come una vittoria di parte. La riforma costituzionale non avrebbe risolto i nodi strutturali della giustizia, che restano tutti aperti: tempi lunghi, carenze di personale, investimenti insufficienti, organizzazione dei tribunali. Serve confronto, non scontro

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La vittoria del No al referendum sulla giustizia, secondo l’avvocato Giorgio Albé, non archivia affatto la questione. Al contrario, può diventare l’occasione per affrontare finalmente i problemi concreti che da anni pesano sul sistema giudiziario. A suo giudizio, archiviata la contrapposizione politica, è arrivato il momento di discutere con serietà di risorse, strutture, personale e tempi dei processi.

Avvocato Albé, ha vinto il No, però i problemi della giustizia rimangono. Che cosa dovrebbe succedere adesso?
«Dovrebbe succedere che si cominci finalmente ad affrontare i problemi veri della giustizia. Il referendum ha costretto tutti a discuterne, ma la riforma costituzionale non li avrebbe risolti. Restano la lentezza dei processi, l’incertezza del diritto, la difficoltà di arrivare a sentenze in tempi adeguati, la mancanza di investimenti nelle infrastrutture e nel personale. Adesso questi temi non possono essere abbandonati».

Quindi non la considera un’occasione persa?
«No. La considero un’occasione per trattare davvero i problemi della giustizia e almeno tentare di risolverli. Non c’è una partita tra vincitori e vinti. Questa lettura mi sembra troppo radicale e anche banale. Qui non si vince o si perde come in uno scontro di schieramenti: qui c’è di mezzo il sistema, e dentro quel sistema ci siamo tutti noi.

Da dove bisogna partire?
«Dal dialogo e da un confronto serio. Bisogna smettere con gli eccessi che abbiamo visto in queste settimane, spesso poco civili. Sarebbe già una vittoria smettere di trasformare certi casi giudiziari in spettacolo televisivo quotidiano e tornare invece a occuparsi dei problemi reali: l’organizzazione dei tribunali, la carenza di personale, gli strumenti informatici, le condizioni concrete in cui si lavora».

Bisogna investire di più nella giustizia?
«Certo, non si tratta di un costo, ma di un investimento. Rendere la giustizia degna di questo nome significa investire in organizzazione, infrastrutture, assunzioni, tecnologie. È un tema che si pone da decenni. Se chi governa non interviene, quel settore resterà sempre frustrato nella sua effettività, pur essendo uno dei poteri fondamentali dello Stato».

C’è anche una ricaduta economica più ampia?
«Si dice da tempo che una giustizia inefficiente scoraggia anche gli investimenti stranieri. Ed è un tema vero, soprattutto per la giustizia civile, che è il vero grande problema. Sul penale si è combattuta una battaglia molto visibile, ma il nodo decisivo resta la giustizia civile».

Dopo il referendum quale metodo serve?
«Serve discutere davvero, ascoltando anche chi nella giustizia vive e lavora ogni giorno: avvocati, magistrati, operatori. Non servono forzature né prove di forza. La decisione è stata presa e va rispettata, ma adesso bisogna esaminare le proposte e ragionare su come affrontare e risolvere i problemi, senza creare ulteriori divisioni nel Paese».

Qual è, in sintesi, il messaggio che lascia questo voto?
«Che non è vero che adesso non cambia niente. La Costituzione non è stata modificata, così hanno deciso gli italiani. Ma i problemi della giustizia restano tutti. E allora vanno affrontati, con buon senso, senza ideologia e senza trasformare tutto in uno scontro permanente. Questo è il momento giusto per farlo».

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Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

Il lettore merita rispetto. Ecco perché racconto i fatti usando un linguaggio democratico, non mi innamoro delle parole, studio tanto e chiedo scusa quando sbaglio.

Pubblicato il 23 Marzo 2026
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