Sarajevo, la città che non puoi dimenticare
Guerra, amore, memoria: il nuovo romanzo di Gigi Riva rilegge l'assedio di Sarajevo trent'anni dopo. Un libro necessario, il 16 giugno a Materia una serata da non perdere
«Sarajevo era il luogo dove la musica classica era colonna sonora della città dall’alba al tramonto; dove ci si abbeverava alle fonti della cultura europea perché ci si sentiva orgogliosamente sarajevesi ma pure ateniesi, romani, parigini, berlinesi».
Con questa frase Gigi Riva, giornalista, inviato, testimone, apre una finestra su una città che non è mai stata solo teatro di guerra. E con questa frase inizia anche il viaggio che proponiamo a Materia: una serata attorno al suo romanzo C’era l’amore a Sarajevo (Mondadori, Strade blu), uno dei libri più belli e necessari usciti in questi mesi.

Amore, guerra, amicizia, storia. E un virus senza vaccino
C’era l’amore a Sarajevo è molte cose insieme, e questa è la sua forza. È un romanzo d’amore, con la poetessa Jagoda, fantasma persistente di vent’anni, ma anche un libro di amicizie profonde e fragili, quelle che solo le situazioni estreme sanno costruire con quella velocità e quella solidità. È un documento storico sull’assedio più lungo della guerra moderna europea, quello che tra il 1992 e il 1996 tenne prigioniera una capitale per 1425 giorni. E allo stesso tempo è un libro sulla memoria, sul ritorno, sul modo in cui i luoghi ci segnano in modo irreversibile.
Il protagonista si chiama Carlo Magno, professione reporter. Attorno a lui un gruppo di sarajevesi straordinari: Ljubica la prima ballerina, Aleksandra la sua erede, Edin il comico che teneva alto il morale dei bambini alla radio, Jagoda la poetessa, Armin l’avvocato, Zlatko il direttore del leggendario Oslobođenje, il giornale che non smise mai di uscire nemmeno sotto le bombe. Persone che Riva racconta con una tenerezza precisa, senza mai scivolare nella retorica del martirio.
Non dall’Holiday Inn
C’è un dettaglio che distingue questo libro, e questo giornalismo, da tanta altra narrativa sulla guerra in Bosnia. Molti inviati in quegli anni soggiornarono all’Holiday Inn, l’albergo costruito per le Olimpiadi del 1984, diventato base sicura e relativamente confortevole per la stampa internazionale. Un luogo da cui si poteva osservare la guerra senza viverla davvero. Carlo, come Riva, scelse altro: stare dentro la città, condividere il freddo, il buio, l’acqua al pozzo, il cibo razionato, la stessa paura dei cecchini.
È da quella scelta che nasce la qualità di questo sguardo. E nasce anche quella che lui chiama «una sorta di scissione dell’Io»: «Noi che potevamo entrare e uscire dalla città avevamo vissuto per quattro anni una sorta di scissione dell’Io. Tornavamo in patria quando altri colleghi venivano a darci il cambio, ma con la testa e il cuore eravamo sempre là e non vedevamo l’ora di rifare i bagagli nell’assoluto stupore dei nostri cari che avevano rinunciato a capirci. Avevamo contratto un virus, il virus dei Balcani, per cui non è stato inventato un vaccino e che non prevede guarigione.»
Non è un caso che Sarajevo abbia prodotto questo tipo di attaccamento in chi l’ha vissuta davvero. È la stessa città che ha ispirato, in modi e generi diversi, altri giornalisti e scrittori che ne hanno restituito memoria nel tempo: da Paolo Rumiz, che ne ha scritto con la sua capacità ineguagliabile di tenere insieme storia e geografia dell’anima, a Mario Boccia, il fotografo che documentò l’assedio con occhio civile e ostinato. Voci diverse, tutte segnate da quel virus che non prevede guarigione.

I ritorni e l’illusione
Il romanzo si costruisce su più ritorni a Sarajevo, nel 1999, nel 2005, nel 2016, nel 2026, e ciascuno è una verifica impietosa di quanto il tempo abbia trasformato persone e luoghi. Riva conosce bene quella trappola sentimentale in cui cadiamo ogni volta che torniamo:
«Ci illudiamo sempre, tornando in un luogo, che sia esattamente come lo abbiamo lasciato. Come se volessimo ritrovare non solo loro, ma anche un noi stessi di ieri perché, guardando indietro, ci vediamo sempre più felici, migliori. O forse solo più giovani.»
I suoi amici sarajevesi, benché formalmente dalla parte dei vincitori, hanno conservato la patria ma sono in realtà i vinti della storia. Quelli che si definivano “jugoslavi” rifiutando le etichette etniche si sono ritrovati fuori corso nel dopoguerra, schiacciati da una Bosnia nazionalista che non aveva spazio per chi aveva sempre creduto nella convivenza. E tuttavia qualcosa resiste, qualcosa non si lascia spegnere del tutto:
«Non mi rassegnavo ad accettare che tutto dovesse essere per forza così cupo. Doveva pur esserci ancora, da qualche parte, chissà dove nascosta, l’anima della mia Sarajevo, capace di risorgere dalle proprie ceneri come le era già successo tante volte.»
Un libro per oggi
Trent’anni dopo la fine dell’assedio, con due guerre aperte ai confini d’Europa, questo libro arriva nel momento giusto. Riva lo sapeva quando lo scriveva: la Bosnia non fu una parentesi balcanica, fu un prototipo. Di cosa può diventare l’Europa quando la convivenza si rompe, quando il linguaggio si avvelena, quando la mediocrità diventa «la cifra del successo». La lezione di Sarajevo non è stata imparata allora. Vale la pena rileggerla adesso.
L’evento a Materia
Vi aspettiamo a Materia Spazio Libero il 16 giugno alle ore 21 per parlarne insieme. L’ingresso è libero, prenota qui.
La foto di copertina è di Mario Boccia
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