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Acqua in tempo di guerra

La guerra passa anche dai rubinetti. Colpire l’acqua significa colpire città, territori e popolazioni, trasformando una risorsa vitale in una vulnerabilità strategica. Ne parliamo il 22 settembre a Materia

generica

Il 7 marzo 2026 il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi accusa gli Stati Uniti di aver colpito un impianto di desalinizzazione sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz: l’approvvigionamento idrico di trenta villaggi si interrompe, e il giorno successivo Teheran risponde colpendo un impianto analogo in Bahrein. Nessuna immagine spettacolare, nessuna apertura di telegiornale. In fondo solo trenta villaggi che aprono il rubinetto e non scende acqua. In quel gesto mancato si misura il salto di soglia di questa guerra.

È anche da qui che prende le mosse l’incontro “Acqua in tempi di guerra”, in programma martedì 22 settembre alle 21 a Materia. Prenota qui il tuo posto

Per trent’anni si è parlato di «guerre per l’acqua», immaginando la risorsa come premio finale per la vittoria in un conflitto. Il 2026 ci consegna qualcosa di diverso e più radicale: l’acqua diventa un bersaglio, non è più posta in gioco. Qualcuno ne viene privato. E’ uno strumento.   

Il Pacific Institute, nella sua Water Conflict Chronology, documenta circa 850 nuovi episodi di conflitto violento legato all’acqua solo nel 2024, con un aumento del 20% rispetto all’anno prima. Il dato racconta un cambio di scala, di certo non una tendenza inedita:. E soprattutto ci rende edotti che pr colpire l’acqua di un paese non serve un esercito.

Qui si apre il paradosso su cui vale la pena fermarsi, perché riguarda il modo in cui abbiamo costruito la modernità. Più un sistema idrico è tecnologicamente avanzato, più ha un punto di rottura unico. I paesi del Golfo producono da soli il 40% dell’acqua desalinizzata a livello globale; per il Kuwait la desalinizzazione copre il 90% del fabbisogno idrico totale, per l’Arabia Saudita circa il 70%. Sono nazioni che hanno delegato la propria sopravvivenza a delle macchine. E le macchina, ohibò, hanno una presa elettrica: gli impianti del Golfo sono in gran parte collegati a centrali termoelettriche a petrolio o gas, cosicché gli stessi combustibili che alimentano il conflitto alimentano anche le infrastrutture idriche che tengono in vita città, industria e agricoltura in una delle regioni più aride del mondo. E’ sufficiente colpire l’energia che la produce. La vulnerabilità diventa la firma del sistema. Magari fosse un difetto.

Non è certo la prima volta. Nel 1991 l’Iraq distrusse sistematicamente gli impianti di desalinizzazione del Kuwait e il ripristino richiese anni; nel 2016-2017 la coalizione saudita bombardò quelli yemeniti, nel 2022 le forze Houthi colpirono quelli sauditi. E, poi,  c’è il caso estremo, quello che ha reso la questione impossibile da ignorare: il 9 ottobre 2023 il ministro della Difesa israeliano annunciò un «assedio totale» su Gaza citando esplicitamente acqua, carburante ed elettricità tra i servizi da bloccare; al 28 maggio 2024 si registravano oltre 700.000 casi di malattie legate all’acqua e alle condizioni igieniche. La sete non uccide come una bomba: uccide lentamente, e comunque fa statistica per sempre.

Il diritto internazionale umanitario dice cose chiare – l’articolo 54 del I Protocollo aggiuntivo vieta di attaccare i beni indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile e di usare la fame come metodo di guerra; l’articolo 56 protegge dighe e sbarramenti; l’Elenco dei principi di Ginevra sulla protezione delle infrastrutture idriche ribadisce quel perimetro. Eppure la formula più utile del dibattito resta quella di Belhadj Mohamed: «il diritto descrive una soglia, non esaurendo però la logica del conflitto». Le norme esistono. Non bastano. E ogni precedente accettato le trasforma da argine in finzione.

Sarebbe consolante archiviare tutto questo come una faccenda mediorientale. Purtroppo non lo è. La rete italiana di distribuzione degli acquedotti si estende per circa 425mila chilometri, che arrivano a 500mila considerando allacciamenti e condotte secondarie. Quando viene messa fuori uso una centrale elettrica la cosa fa notizia, anche perché si vede subito, non funziona più niente Un attacco alle infrastrutture idriche non appare motivo di  preoccupazione. La guerra ibrida ha già mostrato la direzione: le operazioni cibernetiche possono interrompere forniture elettriche e servizi idrici con conseguenze umanitarie potenzialmente (e realmente) devastanti: nel luglio 2026, per esempio,  un gruppo di hacker riconducibili all’Iran avrebbe messo fuori uso per quattro giorni una centrale elettrica britannica. Nessuna trincea, nessun fronte. Solo una rete lunga mezzo milione di chilometri di cui non conosciamo la mappa.

Il punto, alla fine, è di linguaggio prima che di sicurezza: l’acqua si può aggredire perché è invisibile. Ci oltre 2 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile sicura e circa il 75% della popolazione mondiale vive in paesi soggetti continuamente a stress idrico. Anche questa non è una notizia perché non ha la forma della notizia. Ne ha solo la sostanza. Ciò che manca non è l’informazione, è la durata: un vocabolario condiviso, una memoria, la capacità di tenere una cosa sotto lo sguardo per più di ventiquattro ore. Difendere l’acqua significa, prima di ogni infrastruttura, renderla meno invisibile. È esattamente il mestiere di un almanacco. Raccontare l’acqua è anche facile perché l’acqua passa dappertutto e attraversa quasi tutti gli argomenti del sapere. Per cui con Equilibri ci siamo perfino divertiti a scoprire alcune delle tante facce dell’acqua. Senza parlare di quello che abbiamo appena scritto in questo articolo. E per questo avremmo bisogno di un altra almanacco. O di venire il 22 settembre a Materia per confrontarci su un’altra energia. Quella che non funziona nei telegiornali.

LA SERATA A MATERIA

Acqua in tempi di guerra

Martedì 22 settembre, ore 21 – Materia. L’acqua è una risorsa sempre più al centro delle grandi sfide del nostro tempo: cambiamento climatico, disuguaglianze, conflitti e trasformazioni geopolitiche. Incontro presentazione dell’Almanacco 2026 di Equilibri con Paolo Mazzucchelli, Alessandro Lanza, Filippo Menga e Giuseppe Santagostino per riflettere sul futuro dell’acqua e sulle scelte necessarie per affrontare una delle questioni più decisive del XXI secolo.

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Pubblicato il 10 Settembre 2026
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