Imprese italiane alla conquista dell’Est

In Romania cercano forza lavoro a basso costo, in Polonia nuovi consumatori. Una ricerca dell'Insubria racconta le aziende che "fuggono" oltre confine

Per le imprese italiane c’è Est ed Est, anche quando si parla di Europa. Non a caso le scelte degli imprenditori che decidono di investire nell’oriente europeo cambiano di Paese in Paese: si può dunque intuire che chi sceglie la Romania sia probabilmente alla ricerca di manodopera a basso costo mentre chi opta per la Polonia sia interessato a conquistare nuovi mercati. Comportamenti che, nel dettaglio, sono stati studiati dai ricercatori del Centro di eccellenza sull’internazionalizzazione dell’università dell’Insubria di Varese in un lavoro di analisi e approfondimento delle mosse delle "imprese italiane nell’Est europeo". Uno studio complesso, che loro stessi hanno definito di "scavo archeologico" negli archivi delle Camere di commercio di Polonia, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Slovenia e Ungheria e che per primo – finora non esistevano dati a livello nazionale – ha quantificato le imprese che hanno varcato i confini nazionali, dirette verso Est. I ricercatori dell’ateneo varesino ne hanno esaminato le dimensioni, il volume degli investimenti, i settori di appartenenza e le scelte strategiche. «Scelte – spiega Enrico Cotta Ramusino, docente della facoltà di economia dell’Università degli studi di Pavia e autore della ricerca – che rispetto a dieci anni fa, quando iniziavano a nascere le prime filiali all’estero, sono profondamente mutate». I punti salienti della ricerca – riguardo a cifre e tendenze delle aziende a capitale italiano presenti nei paesi dell’Est Europa – erano già stati anticipati i giorni scorsi mentre l’insieme completo dei risultati è stato presentato questa mattina, alle ville Ponti di Varese.

«Abbiamo deciso di concentrarci su questi Paesi – ha aggiunto Alberto Onetti, responsabile del Centro di eccellenza sull’internazionalizzazione – perchè sono stati il primo orizzonte delle imprese intenzionate ad aprirsi verso l’estero ma anche per capire come è cambiata la presenza delle nostre aziende in queste zone». Rispetto al passato, secondo quanto si legge nella ricerca, a spostarsi all’estero non sono più solo le filiali legate alla produzione ma tutta l’attività. «Un fenomeno – continua Onetti – che sta progressivamente aumentando e che abbiamo definito "rilocalizzazione"». Le imprese si trasferiscono, spostano in altri paesi i loro "quartier generali" e "cambiano vita". «Dove la delocalizzazione è avvenuta prima, come in Polonia – sostiene Cotta Ramusino – il livello dei salari è aumentato con il tempo, rendendo così meno conveniente il costo del lavoro per gli investitori straniere. Di conseguenza sono aumentati i redditi dei cittadini polacchi, così come la loro capacità di spese, creando un mercato attraente per le imprese italiane». Dai dati emerge infatti che nel 20 per cento dei casi a determinare la "fuga" nell’Est europeo è proprio l’attrattività del mercato, che si piazza a pari merito con la ricerca di fattori produttivi a basso costo.
Ma se le imprese abbandonano l’Italia per altri mercati cosa succede all’economia nazionale? «Si potrebbe pensare in negativo – conclude Cotta Ramusino – ma non è così. Le aziende che si trasferiscono sono quelle dei settori tradizionali, quelle che in Italia hanno poche chance, a meno che si tratti di realtà molto forti e conosciute. La maggior parte delle imprese italiane non rientra però in quest’ultimo caso e la "fuga" potrebbe avere anche un lato positivo, potrebbe evitare o alleggerire una crisi nel mercato italiano. Non si sa però quanto questo possa durare».

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Pubblicato il 16 Gennaio 2007
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