Ancelotti: “Non ci sono più i giovani di una volta”
Il tecnico del Milan, Moser, Missoni e Zazzaroni hanno parlato all'assemblea di Confesercenti sul coraggio di competere
Carlo Ancelotti, Francesco Moser, Vittorio Missoni, Ivan Zazzaroni. Invitati a parlare all’assemblea provinciale di Confesercenti perché nessuno meglio di loro conosce la lingua dei giovani, che però sono assenti, pochi tra il pubblico. «Sembra di parlare al Milan di Ancelotti: poche nuove leve e molti Costacurta». Attacca il giornalista Ivan Zazzaroni con un pungente calcio d’inizio. Titolo della giornata: “Il coraggio di competere” e proprio dallo sport si è partiti per cercare i messaggi da lanciare alle nuove promesse dell’economia. Primo a parlare il tecnico del Milan.
ANCELOTTI, ALLENATORE DI IMPRESE – «E non di piccole imprese – commenta – si parla di milioni di euro a calciatore, introiti, organizzazione, gestione. Vere e proprie aziende in carne ed ossa, per stare in tema. Ma poi quelli che mi trovo di fronte tutti i giorni sono dei ragazzi che si trovano nel mondo che amano, dove vince la passione, la grinta e la voglia di competere». E avere i piedi buoni a quanto pare non basta: «Madre natura può dare la bravura, ma il lavoro duro spetta poi al calciatore. Ci vuole volontà e spirito di sacrificio e alla fine, il vero campione è quello che mette il suo talento a disposizione degli altri».
NON CI SONO PIÙ I CALCIATORI DI UNA VOLTA? – «Più che altro è cambiato il modo di vivere il calcio – risponde Ancelotti -. Prima si era molto meno professionisti. Nei giovani d’oggi mi riconosco a fatica, guardo i miei figli e vedo la diversità tra quello che ero alla loro età. Una differenza dovuta al contesto in cui crescono. Hanno la fortuna di avere una famiglia che gli permette di diventare grandi con serenità. Il mio percorso è stato diverso».
C’È SEMPRE UNA TAPPA IN PIÙ – «Non bisogna dimenticare che non si è mai arrivati. Il mio messaggio per i giovani è che bisogna sudare e combattere per restare sul mercato». E di fatica Francesco Moser ne sa qualcosa. Nel 1984, a Città del Messico, in sella alla sua bici da corsa riuscì a strappare il record dell’ora a Eddy Merckx. «Da giovani si deve dare il massimo soprattutto nello sport. La vita degli sportivi dopo i 35 anni impone delle svolte, ci si deve riciclare un po’. Allora c’è chi diventa allenatore, chi massaggiatore e chi si butta in qualche impresa. Arrivare è facile, rimanere no».
MA PER ARRIVARE CI SI DEVE FARE UN… CURRICULUM – «Ed è compito delle imprese aiutare i giovani a crescere dopo la scuola e a volte anche a disilluderli un po’». I giovani che si presentano da Vittorio Missoni hanno le idee chiare, sono determinati vogliono diventare stilisti. Tutti quanti. «E il resto? – chiede il primogenito della celebre firma di moda – I sarti? I modellisti? Questo settore deve essere conosciuto, c’è un mondo al suo interno che completamente viene ignorato. Armani è stato sarto per tutta la vita prima di diventare stilista, Versace commerciante, mio padre uno sportivo. Ci vuole un percorso ed è per questo che a volte i ragazzi di oggi vanno frenati, anche questo è un compito delle imprese».
DA GRANDE VOGLIO FARE… IL SACERDOTE – «Non lo si sente mai». Provoca Zazzaroni. «Ma i numeri dimostrano non è così» replica subito Don Luca Violoni che in materia di giovani è di certo preparato. Tra le sue attività c’è anche quella di docente all’università dell’Insubria di Varese e alla Bocconi di Milano. «E il compito di un buon educatore è quello di riuscire a vedere subito quello che una persona può diventare. Parlare ai ragazzi è importante ma per riuscire nell’impresa è necessario spendere il tempo con loro».
IN CHE SETTORE BUTTARSI? «Gli rispondiamo che se hanno questo dubbio hanno sbagliato strada. Per fare l’imprenditore bisogna avere le idee chiare». Il segreto, secondo Mauro Bussoni, vice direttore generale di Confesercenti, è la motivazione. «Il successo arriva quando quello che si vuole fare lo si conosce. Imprenditori non ci si improvvisa e, visto che si è partiti dallo sport, non si può dimenticare che anche sul mercato quello che conta è il gioco di squadra».
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