«Harry Potter? Solo un lavoro di traduzione»
Beatrice Masini, la traduttrice italiana dell'opera della Rowling, rivela perchè non è rimasta affascinata dal piccolo mago
«È stato solo un lavoro». Sicuramente il piccolo mago Harry Potter non annovera tra i suoi più strenui fan Beatrice Masini. Eppure è stata proprio lei a regalare a tanti bambini e ragazzi italiani le traduzioni della saga del celebre maghetto uscito dalla penna di Joanne Kathleen Rowling ( ad esclusione dei primi due volumi).
«È stato l’editore a contattarmi e a propormi questo lavoro di traduzione – ricorda Beatrice Masini – il compito era facilitato dal fatto che era la prosecuzione di una storia già iniziata, così avevo già una parte del lavoro fatta».
Per la scrittrice milanese, però, l’impegno rappresentava un banco di prova delicato: le due prime traduzioni di Harry Potter non avevano incontrato il favore della scrittrice britannica: «Per la verità, la Rowling non si era trovata bene anche con altre edizioni, come quella spagnola. Non aveva gradito i testi in cui non era stato seguito fedelmente l’originale. Così io mi sono attenuta al testo inglese, apportando qualche cambiamento solo nei casi in cui un nome particolarmente evocativo non era immediatamente intuibile dai bambini. In quei casi sceglievo una terminologia più chiara».
Il genere di Harry Potter è fantastico. Cosa ne pensa?
«Il mio modo di scrivere è totalmente diverso. Forse è stato proprio questo ad agevolare il mio lavoro di traduzione fedele. Non mi sentivo in competizione con la scrittrice perchè le mie corde sono differenti».
Beatrice Masini, milanese, un fare un po’ distaccato e riflessivo, ha già al suo attivo una sessantina di libri per bambini e ragazzi: « I miei libri cercano di suscitare emozioni, sensazioni. Io rifuggo la morale, il significato nascosto. Io sono una scrittrice e non un’educatrice. Mi piace raccontare emozioni, far crescere sentimenti».
"Ciao, tu" ne è un esempio?
«Sicuramente. In quel carteggio con Roberto Piumini ci siamo lasciati andare al ricordo della nostra adolescenza, alle sensazioni che abbiamo vissuto. Un discorso letterario in cui si riversano le speranze e le delusioni, le aspettative e le paure; insomma, tutte quelle inquietudini che si vivono durante l’adolescenza».
Com’è nata l’idea?
« È stato un tentativo. Per me era una grande occasione: avevo l’opportunità di lavorare con il grande Piumini e me la volevo giocare bene. Così decidemmo di provare la via dello scambio di lettere. Se la cosa non fosse decollata avremmo buttato via tutto. Invece, dopo tre mesi di lavorazione, ci siamo resi conto che avevamo scritto una storia importante, un racconto profondo e concreto che vede protagonisti due ragazzi al primo anno delle superiori. Il loro carteggio rivela una crescita personale e di coppia reale».
Nell’era degli SMS e delle e-mail, perchè avete scelto la via delle lettere?
«Innanzitutto, il libro risale al ’98 quando ancora imperversava il fax. Io e Roberto ci siamo proprio scritti lettere che ci spedivamo via fax. Dai primi messaggi veloci, siamo passati a meditazioni più profonde. L’evoluzione del discorso si è effettivamente creata lettera dopo lettera. E quando in dicembre ci siamo resi conto del lavoro fatto, ci siamo fermati per mettere ordine a tutto quel materiale e abbiamo capito che avevamo centrato il nostro obiettivo».
"Ciao,tu" è un libro per ragazzi, ma non solo. È un libro per i genitori, per rituffarsi nel passato e scoprire momenti della propria storia importanti. Un modo, anche, per provare ad interpretare i giovani d’oggi, anche loro animati da speranze e inquitudini.
Un saggio del lavoro verrà rappresentato il 3, 4 e 5 maggio al teatro San Giorgio di Bisuschio all’interno del progetto teatrale Intrecci. Sul palcoscenico Andrea Gosetti e Delia Rimoldi, diretti da Gabriele Calindri e dalla moglie Elisabetta Ratti.
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