Ds, lettera di un fassiniano sulla crisi della sinistra
"O si cambia o si muore"
| Riceviamo e pubblichiamo
IL DECLINO DELLA SINISTRA Il regresso dei Democratici di Sinistra non è causato da uno spostamento di consensi ad altre formazioni della Sinistra ( socialisti al 2,2 % ; comunisti al 1,7 % ). Rifondazione Comunista scende al 5 %. La Sinistra italiana ottiene il risultato più basso rispetto agli altri grandi Paesi europei. Nelle regioni settentrionali i DS sono intorno al 10 % ; in provincia di Varese sono inferiori all’8 % e contribuiscono al risultato di coalizione ( 35,7 % ) per meno di un quarto del totale. L’esito elettorale dei Democratici di Sinistra nel 2001, lambisce il miglior risultato ottenuto dal Partito Socialista della segreteria Craxi, prima del suo disfacimento. La crisi della Sinistra italiana necessita di una analisi che risponda a due domande essenziali: · le cause della crisi sono contingenti, di natura organizzativa e programmatica, di natura tattica, da risolvere con operazioni di "ingegneria" politica, quali l’assetto dei gruppi dirigenti e l’aggiustamento delle alleanze ?, oppure · sono dovute a cause strutturali, di natura storica e sociale, e indicano il declino della cultura, delle idealità, del radicamento sociale della Sinistra, con un rafforzamento del predominio del blocco sociale moderato e conservatore che da sempre prevale in Italia ? La crisi e il declino, nell’attuale fase storica del nostro Paese, della Sinistra, hanno origine nella storia del movimento e nell’ambiguità delle soluzioni date alle crisi precedenti, e costituiscono una anomalia rispetto agli altri grandi Paesi europei, così come costituiva un’anomalia l’esistenza in Italia del più grande partito comunista dell’Europa occidentale. Il partito comunista italiano aveva caratteristiche peculiari che ne facevano un caposaldo della democrazia italiana e – in alcune regioni – una efficiente organizzazione riformista e socialdemocratica, ma che subiva, per una collocazione internazionale sempre più incongrua, l’esclusione dal governo nazionale, radicando una dannosa cultura di opposizione di massa. Questa contraddizione impediva il progredire della "democrazia imperfetta" italiana, divideva la Sinistra – con il permanere di una conflittualità con il Partito Socialista -, costituiva – per l’immobilismo del sistema politico – una delle cause, forse la principale, della degenerazione del sistema democratico negli anni ’80. Il Partito Comunista si era opposto alle decisioni e alle scelte di campo che avevano creato le basi del progresso economico e sociale del Paese e al sistema di alleanze politiche e militari che hanno assicurato un lungo periodo di pace e di prosperità in Europa. D’altra parte, il PCI aveva guidato grandi masse, esauste e immiserite dalla guerra e dalla trasformazione da Paese agricolo a potenza industriale, all’approdo definitivo alla democrazia. La condivisa coscienza della debolezza della situazione italiana aveva indotto Moro e Berlinguer a operare per costruire una "democrazia compiuta", ma l’assassinio di Moro e la lunga fase del terrorismo, di destra e di sinistra, manovrato da centrali e da interessi che ad Est e a Ovest si opponevano al processo di maturazione democratica in Italia, vanificò quella strategia. La coscienza della contraddizione di una politica democratica e riformista, con una ideologia – e un collegamento internazionale – sterile e deleteria, si era faticosamente fatta strada, ma senza esiti apprezzabili. " Quel partito che si era messo in marcia venticinque anni prima che tutto crollasse, arrivò al traguardo con quasi due anni di ritardo sull’esplosione finale" afferma Nello Ajello in "Il lungo addio"- 1997, riferendosi, come è evidente, alla caduta del sistema sovietico e alla formazione del nuovo partito della sinistra. La decisione obbligata di "cambiare" giungeva in ritardo, costituiva la presa d’atto della sconfitta storica del comunismo e dimostrava la giustezza della concezione socialdemocratica, che aveva ottenuto evidenti e significativi successi in Europa. Se non era possibile nascondere la sconfitta storica, era psicologicamente difficile ammettere la superiorità della concezione socialista e furono messi in atto "sofismi, astruserie, astuzie intellettuali, pur di evitare di fare i conti con la socialdemocrazia" affermava Umberto Ranieri, responsabile Esteri del PDS (citato in "Il lungo addio"), che accusava gli intellettuali e la dirigenza politica della sinistra, di aver impedito in Italia una "modernizzazione analoga a quella guidata in Europa dalle grandi socialdemocrazie". La presunta originalità del "caso italiano", che già aveva partorito le invenzioni della "via italiana al socialismo" e dell’ "eurocomunismo", tendeva a prendere le distanze dal comunismo, assolutamente indifendibile, ma anche dall’esperienza della socialdemocrazia, preservando e valorizzando l’originalità dell’esperienza del PCI, dalla Resistenza alla Repubblica, e così via. Questa astuzia dialettica era favorita da un’altra anomalia italiana, per cui il Partito Socialista – vincitore storico del confronto con i comunisti – anziché cogliere i frutti del successo, si dissolveva. Il nuovo partito della sinistra – i Democratici di Sinistra -, nel congresso del ’99, condannava esplicitamente la "tragedia del comunismo e gli orrori dello stalinismo" (mozione di maggioranza e "Progetto 2000"), salvaguardando le lotte, i sacrifici e la vocazione democratica e riformista del PCI. Tesi accettabile e veritiera, seppure auto-assolutoria (a patto che i criteri di lealtà e buona fede siano applicati a tutti, anche agli avversari), ma che giungeva con un ritardo di decenni e al termine di una crisi che aveva immobilizzato e lacerato la sinistra italiana. Il permanere della contraddizione, che induceva a rifiutare il comunismo e a non accettare la socialdemocrazia, portava alcuni a ricercare una "terza via", che quella contraddizione risolvesse: da qui l’invenzione di una formazione politica che riunisse tutti i riformismi, saltando le peculiarità specifiche – storicamente determinate e radicate – delle culture e delle tradizioni, "rifugiandosi in uno spazio politico eclettico, un cocktail culturale che pretendeva di accogliere tutte le tradizioni riformiste…" come dice Giorgio Ruffolo (La Repubblica 24 giugno). Il nome stesso del partito, Democratici di Sinistra, indica l’incertezza e la labilità dell’identità, rinunciando ad ogni riferimento alla storia del movimento socialista e alla identificazione con l’etica del lavoro. Nel nuovo partito dei Democratici di Sinistra il confronto tra chi propugnava il radicamento con la tradizione storica del socialismo e chi progettava il partito unico democratico, si faceva acuto, mentre si evidenziava un’altra contraddizione, derivante dalla divergente collocazione europea dei partiti del centrosinistra italiano, sempre più stridente con l’accentuazione delle posizioni conservatrici del Partito Popolare Europeo. Il confronto interno segnava la divisione tra i propugnatori del partito socialista, soggetto riformista nell’alveo del socialismo europeo, e i sostenitori della "casa comune" dei riformisti, in un confronto letale per la continuità socialista del partito, con il conseguente appannamento dell’identità politica e la frattura con l’eredità delle lotte sociali e politiche del passato. Ancora una volta, come nella crisi ventennale del PCI, si verificavano la paralisi della prospettiva politica; il progressivo sradicamento sociale; l’invecchiamento anagrafico del partito, incapace di attrarre le nuove generazioni; l’auto-referenzialità dei gruppi dirigenti; il formalismo del dibattito interno. La polemica sul "partito democratico", concetto ormai abbandonato per l’evidente incongruità progettuale e la dissennatezza politica, ha paralizzato la funzione politica della sinistra, rendendola subalterna al programma neo-centrista dell’Ulivo, che è oggi, e progressivamente dal 1998, una cosa diversa dal progetto e dall’esperienza del ’96. Il declino della Sinistra italiana trova le sue cause primarie nelle irrisolte contraddizioni: lo scavalcamento della "resa dei conti", il salto logico nell’analisi e nella presa d’atto della realtà, hanno messo in crisi il concetto stesso di "sinistra" ed hanno impedito di costruire lo strumento politico idoneo per interpretare la realtà sociale della globalizzazione. Dieci anni, dalla crisi del 1991, sono passati e la Sinistra registra il suo minimo storico. Bisogna ricominciare, dal partito: abbiamo bisogno di un partito socialista che recuperi criticamente l’eredità secolare della storia – di tutta la storia – del movimento dei lavoratori e ristabilisca il rapporto con la società e il lavoro; di democratizzare la struttura organizzativa e di rappresentanza; di un gruppo dirigente affidabile che guidi il partito con mano sicura. Il partito deve operare una "scelta definitiva di identità politica, resa esplicita nel nome e nel simbolo". Bisogna ricominciare dall’Ulivo, ridefinendo la democrazia interna e il rapporto delle componenti politiche. La ritrovata identità della Sinistra cancellerà la subalternità e la conseguente delega ad "altri" della propria rappresentanza e funzione. "La situazione è molto grave" ha detto, con spietata concisione, Piero Fassino: "o si cambia o si muore ! ". ( 12 agosto 2001 ) Ulderico Monti |
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