“Questione di sport”, il diritto di non essere un campione

Le mille facce ed esperienze dello sport in una tre giorni all'università dell'Insubria, organizzata dall'Associazione psicologi e psicoterapeuti nell'ambito della manifestazione "Prendiamoci gusto"

"Questione di sport: il gioco di vivere". Il titolo della tre giorni all’università dell’Insubria, organizzata dall’Associazione psicologi e psicoterapeuti nell’ambito della manifestazione "Prendiamoci gusto", riassume in poche parole un programma ricchissimo e con relatori di primo piano: docenti universitari, preparatori atletici, esperti in comunicazione, atleti e medici. Le mille facce ed esperienze dello sport sono state evidenziate al di fuori del gioco retorico e del business in un utile confronto tra esperti.
«Ha senso parlare oggi di sport in un modo attraverso il quale non siano messi in risalto solo gli aspetti superficiali e retorici, anche legati all’attualità più recente, specialmente ad alto livello?», si chiede lo psicoterapeuta Gian Paolo Soru. Una domanda fondamentale perché parte da una concezione diversa di fare sport, più vera e più vicina alle migliaia di eroi quotidiani che praticano, lontano dai riflettori, le più svariate discipline.
Dai relatori è stata messa in luce l’importanza della medicina sportiva come medicina di tipo preventivo. Lo sport è innanzitutto attenzione verso la propria persona: a partire dall’alimentazione fino ad arrivare alle visite di idoneità medico sportiva, soprattutto per chi non fa agonismo, importanti anche per l’assenza della medicina scolastica. E ancora: il problema del doping, gli aspetti clinici ed etici, dal diritto che hanno i bambini a non essere per forza campioni al diritto dei disabili a sentirsi pienamente parte di una comunità sportiva.
Forse basterebbe tirar fuori, come in un esorcismo, la "Carta dei diritti del bambino nello sport" per capire la direzione da prendere; oppure ascoltare attentamente le parole di Fabrizio Macchi, il fenicottero di Bobbiate, campione dell’ora di ciclismo, intervenuto venerdì mattina per parlare della motivazione a raggiungere un obiettivo. L’esempio vivente di come disabilità e sport non siano due termini antitetici.
«Bisogna iniziare a fare chiarezza sui termini: l’handicap è lo svantaggio sociale che deriva dall’avere una disabilità, che a sua volta è l’incapacità di svolgere le mansioni della quotidianità a causa della menomazione», spiega Arsenio Veicsteinas, docente della facoltà di Scienze motorie dell’università di Milano.
I dati Istat dicono che in Italia ci sono 2 milioni e seicentomila disabili, di cui 45 mila para-tetraplegici: nove italiani ogni 100 mila abitanti sono seduti su una carrozzina. Nel 1960 il rapporto era uno su centomila. «Questo è stato l’effetto – conclude Veicsteinas – della crescita della motorizzazione. Gli incidenti in moto e in macchina sono le cause nel 65 per cento dei casi. Per queste persone l’attività fisica risolve molti problemi e non solo di tipo psicologico. Insomma sport e disabilità è un binomio necessario ».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 02 ottobre 2004
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