“Il Natale Rubato”: i piccoli comuni fanno grande il cinema

Arriva anche nella multisala il film natalizio cresciuto con il passaparola e mai proiettato in un vero cinema. Incontro con il regista Pino Tordiglione

Arriva anche a Castelletto Sopra Ticino, grazie all’impegno dei “Piccoli Comuni”, il film di Pino Tordiglione “Il Natale Rubato”. La pellicola sarà proiettata al multisala Metropolis martedì 7 dicembre alle 9.30, all’interno di una conferenza dal titolo “Identità e radici della comunità nazionale”. Alla serata sarà presente, oltre al regista Pino Tordiglione, anche Virgilio Caivano, portavoce del Coordinamento Nazionale dei Piccoli Comuni Italiani.
Il film di Tordiglione ha vissuto una vera e propria odissea: rifiutato dalla grande distribuzione, infatti, è stato proiettato in piccole realtà, come parrocchie e palestre. Gradualmente il passaparola ha accresciuto l’attenzione intorno a questa bella storia, al punto che, attraverso questo sistema, è stato visto da più di 500 mila spettatori.

Ben presto il film è diventato manifesto della realtà dei piccoli comuni, grazie anche all’ambientazione: la storia infatti si svolge interamente a Fontanarosa, un paesino dell’Irpinia. Ed è proprio Fontanarosa la vera protagonista di questo racconto, tratto da un fenomeno di cronaca reale: la storia di un padre di famiglia che, nel ‘700, rubò un prezioso presepe (patrimonio artistico ed affettivo di tutto il paese) per pagare un’operazione alla sua bambina, e salvarle la vita. «Per me questo film è stato un divertimento. Infatti, sono 24 anni che faccio il produttore, anche per case prestigiose – spiega il regista -. Facendo dei documentari, qui a Fontanarosa, vedevo che la vita di questo paese affascinava la gente. Così ho pensato di fare questo film, semplicemente, con il cuore e con la mente. Per me è stato un capriccio, un film semplice, poi è diventato un grande successo».

Com’è nata l’idea di legare questo film alla tematica dei piccoli comuni, di cui è divenuto il manifesto?

«Il film è stato ambientato in un piccolo comune, ed è per questo che li rappresenta. Penso che le grandi città siano dispersive, non c’è più quello che l’uomo cerca, cioè il contatto con gli altri. Invece il piccolo comune è come un piccolo cosmo, con l’uomo al centro dei sentimenti. Per questo ho sposato la causa dei piccoli comuni, che sono da difendere. Oggi però le realtà locali sono sempre più vuote, parliamo di paesi dove per avere un servizio ti devi spostare di molti chilometri. Facendo così questa realtà morirà, ma con essa verrà cancellata anche la nostra storia».

La storia parla di una realtà quasi scomparsa, una favola a cui nessuno oggi forse crederebbe, ma qual è stata allora la chiave di questo successo?

«E’ stata la semplicità. Ho voluto raccontare alla gente cose semplici, per innescare il sogno. Il cinema oggi deve innescare il sogno, perché l’uomo senza i sogni, che sono l’anticamera della realtà, non è più nulla».

La storia particolare della distribuzione di questo film ha riacceso la tematica delle difficoltà in cui si trova il cinema italiano, in particolare per quanto riguarda i giovani. Secondo lei quale può essere la soluzione?
«Innanzitutto è necessario portare il cinema dove non c’è, perché nelle grandi sale ormai dominano le grandi major. Le grandi case obbligano i cinema a tenere le sale occupate per un determinato numero di giorni, questo crea un monopolio che va a scapito del cinema italiano. Il cinema richiede grandi investimenti, la soluzione sta nel far partire l’apprezzamento dal basso, per poi proporsi alle grandi sale. Questo nuovo metodo di distribuzione mi ha fatto scoprire un know-how nuovo, attraverso cui è possibile ridare nuova linfa vitale al cinema. Oggi le grandi case cinematografiche sono solo due, Fimi e Rai Cinema, ma chi le controlla non è in grado di riconoscere delle storie universali, quelle che poi possono andare all’estero. Mi spiace dirlo, ma Placido e Castellitto all’estero non li vuole nessuno. Invece ogni giorno ricevo centinaia di email da molti giovani promettenti, che potrebbero con poco fare grandi film, perché quello che sta alla base è sempre e solo la storia».

Progetti futuri?
«Col mio film saremo ricevuti dal Papa, al quale consegneremo il Noè (una statuetta del presepe che rappresenta la chiave di tutto il film, ndr). Poi andremo all’ambasciata americana per parlare della comunicazione del terzo millennio. Dopo l’11 settembre la sicurezza sociale è un problema sempre più grande. Già Hollywood se ne sta accorgendo, e i film sono sempre più portatori di fantasia e buoni sentimenti. È questo anche il significato della prima conferenza nazionale che terremo il 26 febbraio, con le 12 facoltà universitarie italiane più importanti, per presentare un programma che consegneremo al Governo. Per un nuovo cinema, con la gente e per la gente».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 06 dicembre 2004
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