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Busto Arsizio/Altomilanese

La Giöbia dai Liguri antichi al Duemila

Un po' di storia per una tradizione dalle radici antichissime, volta ad allontanare i mali dell'inverno

 

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La Giöbia che oggi, ultimo
giovedì di gennaio, si andrà a bruciare in piazze
e cortili di Busto, ha alle spalle una storia antichissima. La sua è
una vicenda talmente antica che anche andare a cercarne le prime
testimonianze scritte serve a poco: è stata per millenni
un’abitudine ritualizzata delle popolazioni che abitavano questa
zona, tramandata di generazione in generazione. Una sorta di
esorcismo dell’inverno
, nel suo momento più crudo, quando la
natura è (era, dobbiamo dire ormai) spoglia ed aspra, e si
pativano gelo e fame. A condurci per mano in un passato ora lontanissimo, ora assai vicino
è Luigi Giavini (foto in basso), massimo esperto cittadino di tradizioni e
storia locale, in ambito sociale, linguistico ed economico-industriale.

«In principio erano i Liguri»
sostiene Giavini, «quelli grazie ai quali ancora oggi il
dialetto bustocco, a differenza del bosino e del milanese, si mangia
le “r” tra le vocali (come accade, per l’appunto, in ligure) ed è
ricco di “u” in fondo alle parole». Fu tra quelle
popolazioni ancora semibarbare, che vivevano cacciando, raccogliendo
e praticando un’agricoltura povera in spazi sottratti ai boschi con
il fuoco (i “busti”, ossia “bruciati”: Busto Arsizio, Busto
Garolfo, Busto Cava–>Buscate, ecc…), che nacque con ogni
probabilità il rito della Giöbia – «meglio
scriverla con la dieresi sulla “o”» precisa Giavini. «Si
brucia un fantoccio di aspetto femminile perché quella ligure
antica, pre-celtica, era una società largamente imperniata sul
matriarcato, e che adorava divinità femminili
come la Madre
Terra o la Luna. Nel cuore dell’inverno, per scacciare il freddo e
ridare vigore alla fertilità dei suoli, si “fecondava” la
terra con il fuoco purificatore
. Agli déi antichi si offrivano sacrifici anche di sangue, che un tempo
potevano essere umani (e duole ricordare, in tempi assai più
recenti, il destino atroce delle streghe, ultime superstiti di quella
cultura pagana e matriarcale, a loro volta vittime di qualcosa definibile come sacrificio umano, ndr), in seguito animali. Ancora oggi il
risòtu cun’t a lüganiga (riso e salsiccia alla
bustocca) ricorda simbolicamente con la sua porzione di carne le
interiora dell’animale che si sacrificava alle divinità.

Oggi
il risotto è in declino a favore della più pratica
polenta e bruscitti, «che però ha poco a che fare con la
Giöbia», bacchetta il
nostro storico. In tempi antichi il riso non c’era affatto (arrivò
per tramite degli Arabi dalla Spagna, nel X secolo, e non si diffuse
davvero che nell’Evo Moderno), e lo sostitutiva il farro, cereale
pregiato anche per i Romani che vi nutrivano le loro quadrate
legioni, portatrici di morte da un lato e di civiltà dall’altro. Una duplicità che ritroviamo nel ritratto di Giano
bifronte
(divinità di origine etrusca, e qui gli etruschi
erano arrivati, prima dei Celti) poi rimpiazzato dal Giove greco-romano che dà il nome al giorno della settimana in cui si brucia
la
Giöbia, aggiunge Giavini. Il fantoccio, simbolo femminile, brucia in un
giorno dedicato alla divinità maschile per eccellenza; ma
anche nell’ultimo giovedì di gennaio, giorno "femminile" tradizionalmente chiamato ul dì di scenén. In questo
giorno di sabba e di… matriarcato erano le donne a comandare,
sottolinea Giavini, mentre gli uomini cantavano filastrocche
minacciose e facevano trovare macabre sorprese giù per il camino, ricordo forse di una passata “litigata coniugale” di
dimensioni tali da sovvertire una cultura da prevalentemente
femminile a maschile. «A testimoniare il prevalere dei legami
femminili fino a tempi non così lontani c’è ancora
l’uso di trasmettere i soprannomi di famiglia per via femminile»
rimarca attento il nostro storico, «come avviene anche in
Galizia ed Asturia, terre di tradizione ligure prima e celtica poi,
dove molti luoghi e villaggi si chiamano “Busto” – c’è
anche una Busquemada, che è esattamente il nome della nosta
città in lingua locale».

Tornando al nostro fantoccio in
forma femminile e alla “nostra” Busto, in tempi meno avvolti
dalle nebbie della storia era uso di ogni famiglia, di ogni cortile,
preparare la propria Giöbia
. E tutti si arrabattavano con quel
che si trovava, dalle cassette di legno a vecchie scope, stracci e
spago. Così Giavini, nostra auctoritasPer
portare fortuna il fantoccio deve cadere in avanti
, così vuole
la tradizione. E c’era una vera gara a chi faceva durare di più
il fuoco, la Giöbia che durava più a lungo dava prestigio
a chi l’aveva costruita. Finito il rogo, sulle braci appena
raffreddate si facevano passare gli animali, una sorta di benedizione
pagana, poi le ceneri andavano sparse sui campi per fecondarli in
vista della ripresa primaverile».

Oggi la tradizione perde qualche
colpo. Se Giavini ricorda che il piatto d’onore del dì di
scenén
è il risòtu cun’t a lüganiga e
non la polenta con i bruscitti, si vedono anche Giöbie di foggia
strana, ma quest’ultimo pensiero non turba il custode della civiltà
bustocca. «È buon segno che si facciano fantocci di
forme diverse, vuol dire che la tradizione è viva
e si adatta
ai tempi, restando semre nuova. Io personalmente sono legato alla
“vecchia” tradizionale, ma ben vengano gli esperimenti». E
se così è, buona Giöbia a tutti, anche ai fuasté
di mezzo mondo che l’ultimo giovedì di gennaio, tra roghi e
pubbliche sbafate in piazza, si chiedono se i bustocchi non siano
improvvisamente ammattiti.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 25 gennaio 2007
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