Non ci sono più le fabbriche e i padroni di un volta

C’era un tempo, ancora molto recente, in cui le fabbriche affollavano il nostro paesaggio. Volando al di là dei tetti, il nostro sguardo era in grado di individuare le ciminiere e di distinguere il colore dei loro fumi. Ad occhi chiusi potevamo riconoscere l’odore ed il rumore degli opifici. La fabbrica era il luogo in cui le vicende degli uomini si intrecciavano con le tecnologie e si saldavano al territorio. Guardando la fabbrica dalle finestre delle nostre case abbiamo provato orgoglio e rabbia, sicurezza e frustrazione.

Oggi il paesaggio è cambiato. Ed è cambiata la fabbrica.

Non esiste più la fabbrica-città né la fabbrica-caserma di ispirazione fordista. Ma sembra che non ci siano più nemmeno i padroni “di una volta”, se chi di quel mondo se ne intende è arrivato a rappresentare il capitalismo italiano dei nostri giorni come una sorta di «Chicago degli anni Venti» (cfr. l’intervista a Guido Rossi su «La Repubblica» del 6 aprile u.s.).

Eppure le reliquie delle fabbriche di un tempo sono ancora lì, fatiscenti, abbandonate o restituite ad altri usi. E la fabbrica, come luogo di produzione, non è scomparsa. Né è scomparsa la classe operaia (il nostro paese, fra quelli sviluppati, detiene la percentuale più alta di lavoratori dell’industria sul totale degli occupati).

I casi esemplari raccolti da Antonio Galdo in questo volume ed esposti con prosa piana e accattivante ci offrono l’occasione di ripercorrere le trasformazioni di questo luogo-simbolo nella storia italiana di lungo periodo: dagli anni eroici della prima industrializzazione, passando per il fascismo, per la stagione della ricostruzione post-bellica e del “Boom”, sino ad arrivare alla asetticità della fabbrica (della post-fabbrica?) dei nostri giorni.

Alcuni di questi luoghi, nati dopo una gita in campagna o per azzardo visionario, come la Bicocca-Pirelli o il Lingotto di Torino, sopravvivono fisicamente ma sono diventati lo sfondo suggestivo per il consumo di attività terziarie. Altre imprese, che hanno contribuito allo sviluppo nazionale e che erano arrivate a fondersi con i luoghi in cui erano sorte, sono tramontate seguendo lo stesso destino delle dinastie che le avevano fatte nascere, come la Falck o la Marzotto. Altre ancora sopravvivono, grazie all’ostinazione dei loro padroni e al sacrificio dei loro operai, come la Barilla o la Riello.

Leggendo queste storie possiamo rimpiangere il tempo in cui il profitto passava attraverso la formazione e la ricerca (parole, queste, diventate sterili luoghi comuni in ogni discorso sul destino della nostra economia) ed il rischio d’impresa non era un puro esercizio linguistico né reclamava il paracadute del denaro pubblico. Il tempo in cui, per esempio, Enrico Piaggio poteva dire, nell’estate del ’45, a quel genio di Corradino D’Ascanio: «Capisce ingegnere? Ci vuole un’idea rivoluzionaria […]». O quando Enzo Ferrari e “Pinin” Farina si incontravano in una trattoria di Tortona.

Anche gli operai “di una volta” sembrano destinati a scomparire. Cipputi diventa evanescente sino a svaporare del tutto nella fabbrica metafisica. Quella come la Atesia, il più grande call center d’Europa, collocata nel quartiere romano di Cinecittà 2. Per descriverla, dice Galdo, ci vorrebbe il pennello di De Chirico. E per descrivere le condizioni dei nuovi schiavi? Quale penna ci vorrebbe? Come descrivere la condizione di lavoratori che sono precari in tutto: nel salario, nella definizione, nella funzione, nella stessa esistenza?

«Il tempio metafisico del lavoro flessibile» non ha più nulla della fabbrica infernale dei primordi dell’industrializzazione. Eppure appare tanto più terribile».

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Antonio Galdo
Fabbriche, Storie, personaggi e luoghi di una passione italiana
 

Torino

Einaudi  2007
p. 153

Euro 14,50

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A proposito

«La fabbrica era […] immobile come una chiesa o un tribunale, e si sentiva da fuori che dentro, proprio come in una chiesa, in un dentro alto e vuoto, si svolgevano le funzioni di centinaia di lavoratori.»

 

Paolo Volponi, Memoriale

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 30 aprile 2007
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