Pace e guerra, ricchezza e povertà. Le due facce della democrazia esportata

In questo volume sono raccolti tre scritti del noto storico anglosassone, apparsi tra il 2002 ed il 2004 ed ora proposti per la prima volta in Italia.

La prima qualità che si apprezza dalla lettura di queste pagine è la straordinaria chiarezza dell’esposizione, sostenuta ed agevolata da una lingua scorrevole e cristallina. Non è poco. Provate a confrontare questi scritti con le pagine di uno storico professionista nostrano e ne avvertirete la distanza abissale. Eppure i contenuti non sono per nulla semplici ed abbordabili. Non si propone al lettore di guardare attraverso il buco della serratura la vita privata di qualche illustre protagonista della storia del Novecento (atteggiamento che garantisce sempre, anche per i libri di storia, un ampio consenso di pubblico). Qui si propongono, al contrario, alcune riflessioni su temi caldi ed impegnativi della nostra storia presente, sostenute da analisi di lungo periodo e accompagnate da previsioni per l’immediato futuro.

Innanzitutto: come si è configurata la guerra nel corso del «secolo breve» (quel Novecento che lo stesso Hobsbawm ha proposto di racchiudere tra il 1914 ed il 1989)? E quali forme va assumendo nel nuovo millennio? Ormai, dal secondo conflitto mondiale in avanti, la distinzione tra guerra e pace è diventata sottilissima. Sempre più spesso si promuove la guerra con l’ingenua (o cinica) illusione di realizzare la pace. E nello stesso tempo nessuna autorità mondiale sembra in grado di risolvere le dispute armate.

Mentre la globalizzazione si è affermata in ogni campo, la guerra è determinata dalle decisioni e dalle scelte dei vecchi Stati nazionali.

«Il sistema internazionale rimarrà multilaterale e la sua regolazione dipenderà da quali saranno gli accordi e gli equilibri tra le diverse grandi entità statali» (p. 31).

La stabilità politica è sempre più ancorata alla stabilità economica delle Nazioni: lì dove maggiori sono le ineguaglianze maggiormente fragili risultano le basi politiche e più difficilmente si potranno evitare le violenze armate. Pace e guerra, insomma, marcheranno ancora con più evidenza le distanze tra le aree ricche e quelle povere del nostro Pianeta.

In questo quadro di generale incertezza, gli Stati Uniti, nati da una rivoluzione universalistica – come la Francia rivoluzionaria e l’Unione sovietica -, sono pervasi dalla convinzione di dover esportare il loro “sistema di vita” e “liberare” il resto del mondo che ancora non lo abbia adottato. Tale progetto, secondo l’opinione dello storico, non potrà alla lunga realizzarsi, poiché non più largamente condiviso. «Il mondo – afferma Hobsbawm – è troppo complesso per poter essere dominato da un singolo Stato» (p. 53).

La retorica cha ha accompagnato la crociata americana, sostenuta anche da coloro che, in qualche caso in buona fede, hanno ritenuto di dover dare credito a una sorta di «imperialismo dei diritti umani», è tanto più pericolosa quando, in tutte le democrazie avanzate, si assiste ad un deficit di partecipazione collettiva. La democrazia elettorale può forse ancora funzionare nella dimensione dello Stato-nazione, ma in organismi politici più complessi (si pensi alla Ue), la legittimazione popolare sembra diventare evanescente fino a scomparire del tutto. E allora come ci si può illudere che l’attuale modello democratico possa essere esportato su scala globale?

Hobsbawm ritiene che, alla luce della storia passata, anche l’Impero americano sia destinato a tramontare. Questo ottimismo profetico non ha trovato d’accordo Luciano Canfora, che ha esposto le sue considerazioni a tal proposito in una lunga recensione pubblicata sul «Corriere della Sera» del 22 marzo scorso.

Noi ci limitiamo a registrare le analisi dello storico inglese e ad accogliere le sue previsioni con un filo di speranza.

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Eric J. Hobsbawm
Imperialismi

(trad. di Daniele Didero)

Milano, Rizzoli, 2007

p. 79

Euro 9,00

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A proposito…
«Quando si spegnerà il “fondamentalismo occidentalista” che oggi domina la parte più forte e aggressiva dell’ Occidente si ricomincerà a comprendere che le differenti parti del pianeta potranno convivere, solo se sarà loro consentito di vivere “iuxta propria principia”».

 

Luciano Canfora, L’ultimo impero.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 03 aprile 2007
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