Per puntare alla qualità non basta guardare solo al prodotto

Quarto appuntamento del ciclo di workshop “Imprese per l’Innovazione” organizzato dall’Unione Industriali

Non è solo questione di migliorare i prodotti puntando su quelli a maggiore valore aggiunto. Quando si parla di qualità con la “Q” maiuscola lo sguardo degli imprenditori si fa a più ampio spettro e abbraccia l’intera attività dell’azienda. Dalla struttura gestionale, alle risorse umane, passando per i processi produttivi. Quella che si dice una visione a 360 gradi. Da qui il tema sempre più attuale per le imprese tutte, sia piccole, sia medie, sia grandi, della gestione totale della qualità. Di cui si è parlato nel workshop organizzato questo pomeriggio a Gallarate dall’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, in collaborazione con Confindustria e con il contributo di Deutsche Bank ed Eds. Un incontro che si inquadra nel più amplio ciclo “Imprese per l’Innovazione”. In pratica un percorso a cinque tappe, cinque appuntamenti, spalmati su tutto il 2007 e legati da uno scopo che fa da filo conduttore all’iniziativa: sostenere la competitività dell’industria provinciale attraverso i consigli e le analisi di esperti delle migliori università e di testimoni d’eccellenza del sistema imprenditoriale italiano e locale. Quello di oggi ha rappresentato il quarto appuntamento di questa serie partita a marzo con l’analisi delle opportunità offerte dalle tecnologie digitali, proseguito a maggio e a luglio, affrontando i temi dei processi di internazionalizzazione delle imprese e del risparmio energetico.

Tutti temi da cui dipende la competitività di un intero sistema produttivo. Come appunto quello della qualità, da affrontare con strumenti avanzati di gestione strategica e operativa delle imprese. Veri e propri modelli di eccellenza che vanno sotto i nomi inglesi di “Total Quality Management”, “Lean Thinking”, “Balanced Scorecard”. Nulla di particolarmente complesso. Anzi, per migliorare la qualità all’interno delle imprese basta fare un primo piccolo passo molto semplice: abbandonare i luoghi comuni. Quelle pratiche da sempre seguite dagli imprenditori come un’ancora di salvezza e che portano però a fare ciò che si è sempre fatto solo perché in questo modo ci si sente sicuri. Ma così, ha spiegato Matteo Bonfiglioli, amministratore delegato della Bonfiglioli Consulting, “si rischia di considerare certe pratiche come inevitabili, anche se sbagliate, minando così la competitività”. Come un serpente che si morde la coda, come un labirinto dal quale, però, si può uscire attraverso il “Lean Thiking”, il pensare in modo snello alla propria impresa. Un metodo operativo, ha cercato di semplificare il concetto Bonfiglioli, che parte dal presupposto “di trasformare l’imprenditore e i suoi collaboratori in cacciatori di sprechi all’interno dell’organizzazione aziendale”. Intendendo con spreco “qualsiasi passaggio che non aggiunge valore direttamente al prodotto finale o che addirittura ne aumenti il costo e il tempo di lavorazione”. Una mancanza di competitività che si concretizza all’interno dell’impresa con scorte eccessive che si accumulano per la paura dell’imprenditore di non poter fare fronte a improvvisi picchi di domanda, in risorse umane troppo o troppo poco utilizzate. “La non qualità – ha continuato Bonfiglioli – ha un costo che il Lean Thinking può abbattere migliorando le performance delle imprese su dei fattori chiave”. Come per esempio la produttività che può fare un balzo in avanti del 30%, o le scorte di magazzino che possono diminuire anche del 40%, senza mettere a repentaglio la puntualità nella consegna degli ordini. Con relativo risparmio di spazi occupati in azienda e abbattimento dei costi di produzione, che, in alcuni casi concreti, sono diminuiti anche del 30%.

Basta avere come bussola la qualità. Un concetto che negli anni, ha spiegato nel suo intervento Italo Benedini, segretario generale dell’Associazione Italiana Cultura Qualità,  “si è evoluto”. La prima domanda da porsi, è quindi cosa sia oggi un’organizzazione eccellente. La risposta, secondo Benedini “parte dal presupposto che non si può non avere un personale interamente impegnato nel far fare un salto di qualità all’ente o all’impresa per la quale lavora”. Un’affermazione solo in apparenza scontata, come molte altre legate alla qualità. Il problema, però, ha spiegato Benedini, è proprio questo: “La gestione totale della qualità si basa su concetti ovvi e di buon senso, ma che non vengono di solito rispettati proprio perché noti e per questo considerati secondari”. In realtà, invece, il segreto è quello di tenere dritto il timone della nave verso le vere priorità.  La prua deve essere puntata verso i veri obiettivi di qualsiasi organizzazione, così riassunti da Benedini: “Avere una buona leadership, impostare un’efficiente gestione dei processi, creare costantemente innovazione (non solo nei prodotti), cercare partnership affidabili, prendere qualsiasi decisione pesando sempre a quelli che potrebbero esserne i risultati concreti”.

In questo, le imprese italiane, non partono da zero. A infondere ottimismo agli imprenditori che hanno partecipato al workshop è stato Alberto Bubbio, professore associato di economia aziendale all’Università Carlo Cattaneo – LIUC. Proprio sul fronte della qualità, secondo il docente, il Paese è riuscito a mettere in atto quello che ha definito un vero e proprio “miracolo economico di cui nessuno parla e di cui l’opinione pubblica non si rende conto”. Un miracolo così spiegato da Bubbio: “Prima del 2001, prima dell’euro esportavamo non perché i nostri prodotti fossero buoni, ma perché c’era la svalutazione strisciante. Nessuno, però, oggi compra più all’estero un prodotto italiano se non per la sua qualità, una qualità che è nettamente migliorata rispetto a quella che assicuravano più di sei anni fa le nostre imprese. Se così non fosse non si spiegherebbe l’attuale crescita del Pil e delle nostre esportazioni. Se le imprese non fossero riuscite a migliorare i propri prodotti oggi non parleremmo nemmeno di una crescita, seppur risicata, pari a un +1,2%. Saremmo di fronte a un netto arretramento. Evitato proprio grazie all’impegno delle imprese proprio sul fronte della qualitài”. Come dire: la qualità è nel Dna degli imprenditori italiani. “Ciò che è importante, però, è non accontentarsi”. Non fermarsi qui.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 18 ottobre 2007
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